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Ricordando l’Airone

Il 2 gennaio del 1960 moriva, di malaria, Fausto Coppi, il campionissimo, l’Airone che scalava le vette impervie del Giro d’Italia e del Tour de France. Aveva contratto la malattia in una battuta di caccia nel Continente Nero. I più grandi luminari, tardivamente accorsi al suo capezzale, non seppero salvargli la vita per un una patologia che aveva afflitto milioni di persone, ma che non sempre si era rivelata mortale. E proprio come un Airone, Coppi transitava curvo sul manubrio con la faccia scavata dall’immane fatica, con molti minuti di vantaggio sugli avversari, in cima alle impervie vette dello Stelvio, del Pordoi, del Tourmalet. Strade sterrate, polverose ed approssimative. Con una borraccia d’acqua e il tubolare di scorta incollato al busto, l’immenso Fausto macinava chilometri e mieteva successi. In una nazione come la nostra, sempre avvinta dalla sfida tra le opposte tifoserie, fin dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini, Coppi si misurava con un altro grande del ciclismo italiano: Gino Bartali, toscanaccio dal cuore generoso e ribelle. Ma il campione più  amato era “Fastò” come lo chiamavo i francesi allorquando vinse la “Grand Boucle” nel 1949 e nel 1952, anno nel quale si aggiudicò anche uno dei  suoi cinque Giri d’Italia, diventando, di fatto, il primo ciclista al mondo a vincere contemporaneamente le due più famose gare ciclistiche a tappe dell’epoca. Coppi era un garzone di fornaio e da quella umile condizione seppe diventare l’atleta al quale non mancava alcuna importante vittoria nel suo “palmares”. Se la carriera non fosse stata interrotta dalla guerra e dalla prigionia in Algeria, avrebbe trionfato anche più di quanto fece. Fu un eccezione anche nella vita, sfidando le ferree consuetudini sociali, unendosi con una donna già sposata ed avendone un figlio. Un evento che fece scandalo, una storia d’amore che vinse le sovrastrutture e la grettezza di pensiero resistendo ad ogni critica ed a ogni richiamo anche quando la sua compagna fu considerata adultera e come tale denunciata e processata. Il soprannome “Dama Bianca”, come solevano chiamarla, la rese celebre al grande pubblico, allorquando un giornalista dell’Équipe, scrisse: «Vorremmo sapere di più di quella signora in bianco (a causa del soprabito che indossava) che abbiamo visto vicino a Coppi». L’Airone non si lasciò condizionare né dal clamore della stampa  né dalla riprovazione che pubblicamente venne espressa da più parti anche a causa della sua notorietà.

Insomma, il campionissimo fu anche un antesignano delle libertà civili che verranno poi  riconosciute, dopo oltre  un ventennio, dalla legge sul divorzio presentata dai deputati socialisti Fortuna e Baslini, approvata dal Parlamento e confermata dopo un apposito referendum popolare. Ma quel che alla gente, ai tifosi, interessava, erano  soprattutto le vittorie sportive di quell’uomo dalle grandi capacità polmonari, temprato dall’abitudine alla fatica. Celebre la foto tra Bartali e Coppi che, seppur rivali, si passano una bottiglia d’acqua durante un’ascesa, mentre erano in fuga. Parimenti indimenticabile la descrizione fornita  dai un radiocronista Rai, Mario Ferretti, su di una fuga di Fausto, durante la tappa Cuneo-Pinerolo, passata negli annali della storiografia sportiva: “un uomo solo al comando della corsa, la sua maglia bianco celeste, il suo nome Fausto Coppi”. Erano i tempi della lotta feroce tra Alcide  De Gasperi e la (sua) Dc contro i marxisti, gli anni della scomunica di Pio XII (Papa Pacelli) ai comunisti atei, della vittoria elettorale dei democristiani, il 18 aprile 1948, della collocazione occidentale della nazione, e della sconfitta del fronte socialcomunista di Nenni e Togliatti. Coppi, elegante e timido, finì per rappresentare i valori non solo sportivi ma anche quelli politici dei vincitori nel mentre Bartali veniva identificato come il paladino della classe operaia. La vittoria al Tour di quest’ultimo, nel luglio del 1948, evitò addirittura la rivoluzione civile,  dopo l’attentato alla vita di Palmiro Togliatti, da parte dell’anarchico  Antonio Pallante. Tanto a testimonianza del fatto che le vittorie sportive erano seguite ed  in grado di sedare finanche  il trambusto delle passioni politiche.

Campioni che assurgevano al ruolo di riferimento di larghi strati della popolazione esorbitando anche gli ambiti dello sport medesimo. Che  nessun commento, né una riga sia stata scritta, in questi giorni, per raccontare le gesta di un grande campione, è un altro sintomo di oblio verso la storia patria.