182022Dic
Sentimenti e telematica

La morte di Sinisa Mihajlovic, grande calciatore prima e ottimo allenatore poi, ha suscitato immenso dolore e unanime cordoglio. Una partecipazione affettuosa, memore delle gesta sportive e delle sue preclari doti umane, andata ben oltre ogni previsione. Eppure Sinisa era uno straniero giunto in Italia dalla ex Jugoslavia con altri numerosi campioni suoi connazionali, figlio di una nazione, la Serbia, che, seppur smembrata dalla guerra civile, continuava (e continua ancora) ad eccellere, in molte discipline sportive. Un atleta che ha militato, da calciatore e da tecnico, in diversi club di rango trascinandosi dietro l’affetto, il legame emotivo ed anche il rimpianto di migliaia e migliaia di tifosi (ma non solo di quelli). Un fiume di messaggi, in queste ore, sta inondando la rete social. Vi si ripete, come un mantra, il sincero rammarico ma anche le numerosissime attestazioni per il coraggio e la determinazione con le quali Sinisa ha affrontato il calvario della mortale patologia. A corollario di quelle espressioni di umana condivisione del dolore si sono colti anche tantissimi riferimenti alla statura umana di Miha, al suo saper guardare in faccia il proprio destino, all’aver affrontato il male con la grinta ed il carattere con il quale egli si era speso sui campi di calcio. Eppure la grinta del campione non era tra quelle più concilianti ed il suo dire non proprio diplomatico, doti, queste ultime, che portano antipatie più che affinità simpatiche. Viviamo in un mondo nel quale dire la verità costituisce un limite ed un peso. Un mondo abitato da un’umanità incline al cinismo ed all’apparenza, requisiti che agevolano il raggiungimento degli interessi personali. Insomma, per dirla con altre parole, tanto affetto, simpatia e cordoglio sembrano stridere non poco con taluni atteggiamenti del passato. Ancora. La notorietà è consustanziale per i calciatori e per gli sportivi in genere: un mirabolante giro di interessi miliardari, di ingaggi e stipendi favolosi, li rendono personaggi che, nonostante i favolosi introiti, non suscitano invidie. D’altronde, è risaputo: la passione sportiva copre abbondantemente i rancori sociali e le asprezze dei giudizi che vengono normalmente riservati a persone molto meno ricche ma che operano al di fuori dell’agonismo sportivo. Cos’altro muove tante passioni ed entusiasmi come il calcio, capace anche di rinverdire il sentimento nazionale creando un’identità etnica che nessun altro evento riesce a stimolare? Ad ogni vittoria in tutto lo Stivale sorgono scalmane e raduni di appassionati che si ritrovano con in mano un tricolore.

E’ forse questa enfasi ad elevare gli atleti al ruolo di eroi moderni, a farne gli eredi di una tradizione che travolge ogni remora sociale e culturale? In fondo una delle poche cose che gli italiani, di norma opportunisti e trasformisti, non tradiscono mai, è la fede calcistica, che spesso si nutre del campanilismo diventando in tal modo un elemento distintivo della comunità nella quale si vive. Ogni squadra si trasforma in alfiere del proprio territorio e i successi una forma di riscatto. I protagonisti del “rettangolo verde” diventano componenti integrati dei nuclei familiari e le loro immagini campeggiano sui muri di casa. E tuttavia c’è da chiedersi perché la morte di uno sportivo venga intesa come una perdita che unisce milioni di persone, in un Paese, il nostro, dove scarseggiano da secoli comuni sentimenti indennitari, apatia verso le altre celebrazioni di eventi memorabili!! In questa diffusa partecipazione che ruolo hanno i social nel diffondere ed influenzare le reazioni emotive di tantissima gente? E questo cordoglio così manifesto, risente di un effetto di trascinamento delle opinioni che vengono diffuse con gli strumenti telematici nel mentre anniversari, ricorrenze storiche e celebrazione degli eroi nazionali, passano sotto silenzio? Che tipo di popolo è mai quello che esulta coralmente solo se il tricolore garrisce negli stadi e si unisce compatto nel dolore per la morte di uno sportivo? Circa la metà degli italiani diserta le urne, si sottrae alla solidarietà verso il popolo ucraino, prega per la pace (qualunque essa sia!) solo nell’ottica di vedere calare le bollette energetiche, non si dichiara disponibile a prendere le armi in caso di invasione da parte di terzi, diffidente verso i migranti, ma si commuove sinceramente ed unanimemente per la perdita di un grande campione!!

Sarebbe un gran bel giorno se tanta concorde opinione si potesse realizzare allorquando fossero in ballo scelte decisive per la nazione, oppure si consumassero una delle ingiustizie. Purtroppo così non è perché la società telematica ci ha piegati alla velocità ed alla superficialità anche nel valutare e catalogare i fatti che accadono. Insomma la rete, capillare e persuasiva, rischia di renderci schiavi. Finanche nei sentimenti.