72022Set
L’elogio del potere

Molte cose sono cambiate, per l’umanità, nel corso dei secoli, fin quasi ad illuderci che l’uomo, nella sua intima essenza, sia diventato cosa diversa e migliore. A contribuire a questa evoluzione socio culturale sono intervenuti vari fattori: l’alfabetizzazione diffusa innanzitutto.

E poi: il superamento dell’assolutismo, l’imperio delle leggi, il principio di cittadinanza (con il suo corredo di diritti consustanziali alla persona), il progresso tecnologico e merceologico. I benefici si sono configurati e conclamati pian piano creando l’illusione che alcune inclinazioni tipiche dell’essere umano siano state definitivamente accantonate. Tra queste può certo annoverarsi quella secondo la quale il regime democratico abbia cancellato ambizione e ricerca del potere unitamente al suo mantenimento. Insomma, a più di 500 anni di distanza, resta d’attualità la filosofia che Niccolò Machiavelli narrò magistralmente nel suo capolavoro “Il Principe”, ove si legge: “Dovete adunque sapere come sono dua generazione di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza; quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie; ma, perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo”. Insomma la lezione è chiara. Chi combatte per il potere o vuole mantenerlo, oppure orientarlo verso talune finalità, ha due diverse modalità per farlo: o attraverso i dettami delle leggi, oppure con i metodi violenti (ma talvolta più efficaci), quelli che poi sono propri delle bestie. Che le cose non siano proprio radicalmente cambiate, in ordine agli espedienti che chi governa può mettere in atto, lo dimostrano alcune considerazioni sullo stato delle cose e sulla tipologia degli esecutivi in carica in questi tempi. Partiamo dai regimi liberali e democratici. Per quanto nominalmente e diffusamente dichiarati, all’atto pratico tali modelli si rivelano ben pochi in termini percentuali.

Grandi potenze economiche e militari hanno infatti da tempo escogitato una sorta di terza via tra democrazia e dittatura, facendo coincidere la libertà con la capacità di produrre beni e ricchezze personali oppure imprenditoriali, nel mentre, sul piano politico, le sorti dello Stato sono rette da un’oligarchia autoreferenziale che resta in carica a prescindere dal consenso riscosso tra i cittadini. La Russia e la Cina rappresentano la punta di diamante di questo sistema aberrante e coercitivo, che lascia gli uomini alla mercé di un capitalismo sfrenato ed incurante dei danni ambientali provocati da un’industrializzazione senza freni. Un sistema che proibisce agli stessi individui l’esercizio di libertà individuali che siano indisponibili al potere costituito.

La crisi bellica ucraina ed il suo triste corollario energetico, ricrea motivi di riflessione tra due metodi di gestione del potere che gli elettori italiani dovrebbero valutare nella vicenda nazionale. Si ripropongono, infatti, in tal modo due grandi aree d’influenza da scegliere: quella occidentale, con l’adesione convinta alla UE, e quella che ammicca, per mero tornaconto energetico, commerciale, politico ed elettorale, a Putin e Xi Jinping. Questi ultimi, espressione di un’antitesi alla moderna democrazia europea, governano una nuova forma di dittatura liberticida, nonostante l’adesione a forme di capitalismo speculativo. In soldoni: ricordando l’espressione machiavellica esercitando il potere (e conservandolo) sia con le leggi che con la brutalità della violenza. Tuttavia non sono solo i governi di Mosca e Pechino a praticare tali “metodi”. Fatte salve le debite e dovute differenze, sulla stessa lunghezza d’onda, ad esempio, potremmo inserire anche un’altra istituzione: quella del Papato. Intendiamoci: sul soglio di Pietro siede oggi un gesuita, Papa Francesco, che rifugge la brutalità e la violenza delle leggi coercitive. Lungi da noi, pertanto, ogni termine di paragone ma, pur con metodi diversi, Jorge Mario Bergoglio sa come orientare ed indirizzare il potere dell’istituzione che governa su oltre un miliardo e mezzo di persone (quelle che professano la fede cristiana). Il recente concistoro, la cerimonia con la quale il Pontefice nomina i nuovi Cardinali, ha ulteriormente indirizzato il collegio verso un cambiamento politico ancorché felpato di Santa Romana Chiesa. I porporati che voterebbero il Papa in caso di sede vacante sono oggi 132, e tra questi solo 16 sono italiani.

Nel collegio cardinalizio precedente erano circa il doppio ma la metà non potrà più esercitare il voto per raggiunti limiti di età. Insomma si allontana la possibilità numerica che possa essere eletto un Papa italiano ma soprattutto che la Chiesa esca dal terzomondismo e dal pauperismo nel quale Francesco l’ha collocata. Un esempio di esercizio del potere che, pur tra le volute d’incenso, orienta ed ipoteca il futuro della Chiesa. Anche in questo l’elogio del potere trova un suo preciso fondamento.