232022Lug
La sindrome di Bruto

Per quanto attualmente la didattica sia piuttosto malandata nelle nostre scuole, a vantaggio del pedagogismo dell’accoglienza e della parificazione degli studenti (in ragione del ceto sociale e non culturale), qualche cenno di storia lo si insegna ancora. Come disciplina, tale materia è stata ridotta ed emarginata forse perché non la si riesce più a “manipolare” come accaduto per decenni per il tramite dell’egemonia culturale della sinistra. Tuttavia i principali episodi sono ancora noti e tra questi quello della congiura con la quale, alle Idi di marzo del 44 avanti Cristo, Caio Giulio Cesare fu ucciso ai piedi della statua di Gneo Pompeo Magno, suo antico ed acerrimo nemico. Tra i congiurati particolare rilievo assunsero le figure di Cassio e di Bruto, quest’ultimo figlio adottivo di Cesare, al quale il grande condottiero romano rivolse, in punto di morte, le sue ultime, celebri parole: “pure tu, Bruto, figlio mio”. Un episodio che caratterizzò una svolta nella vita dell’antica e potente Roma e che il giornalista Massimo Gramellini richiama, oggi, sulle colonne del Corriere della Sera a commento della caduta del governo di Mario Draghi. Con un parallelismo ironico tra i due episodi, il giornalista mette in evidenza la pochezza dei gesti compiuti da leghisti, forzisti e pentastellati nel corso della tragicomica vicenda che ci ha portati, in un’epoca a dire poco convulsa e problematica, alle elezioni anticipate. In effetti è stato davvero “storico” vedere la standing ovation che buona parte dei deputati e tutti i componenti della compagine governativa hanno riservato al primo ministro appena sfiduciato. Un’immagine iconica della schizofrenia politica che regna in questi tempi. Ma l’arguto articolista va oltre e si sofferma su di un aspetto di carattere generale che connota gli abitanti del Belpaese, ovvero quello di proclamare eroi coloro che lasciano una carica oppure passano a miglior vita.

Insomma: quando abbiamo uomini di valore li consideriamo poco e li utilizziamo con parsimonia o, peggio ancora, li detestiamo in nome di una diffusa invidia sociale, salvo poi tesserne le lodi a posteriori quando, cioè, il fulgore del loro potere è scomparso e l’invidia ha finalmente trovato il suo riposo. Un difetto atavico, quello degli italiani, che pare si sia “evoluto” con l’uso smodato ed esagerato dei social, pulpiti eterei dai quali tutti pontificano, anche i più sprovveduti, rappresentandosi mendaci per quel che non sono mai stati. Non è raro trovare, su Twitter o Facebook, chi, in nome di un presunto ossequio alla democrazia, ritiene di poter elevare e parificare le opinioni personali a quelle di esperti di settore, uomini di cultura, scienziati, anche in campi dello scibile umano ove la conoscenza e l’esperienza sono elementi basilari ed insostituibili. Un comportamento che porta la Nazione delle crisi di governo ormai perenni (anche a causa della cancellazione del sistema elettorale maggioritario), a realizzare l’auspicio del bolscevico Lenin allorquando questi ipotizzava che anche una massaia poteva reggere le sorti dello Stato. Se questo è l’odierno stato dell’arte, con la permanente legge elettorale che invoglia alla frammentazione dell’offerta politica e parlamentare, tra settanta giorni non assisteremo certo a miracoli né ad un repentino miglioramento della qualità degli eletti. Men che meno potrà avvenire la palingenesi degli elettori che sceglieranno secondo elementi para politici e concreti, oltre che per gli interessi ed i benefici che saranno loro promessi in campagna elettorale. Ma oltre queste amenità e le contraddittorie posizioni dei leader politici, c’è da ragionare su di un ben più pericoloso sospetto. La stizza inusuale con la quale Mario Draghi ha dato risposte puntute in Parlamento potrebbe anche essere – azzardiamo- scaturita da “cose” che il premier conosceva ma che non può ancora rivelare. Non è un’ipotesi strampalata, infatti, che i nostri servizi segreti abbiano per tempo informato l’ex banchiere dei contatti continui tra Putin, Salvini e Berlusconi. Il segno più evidente di questa situazione potrebbe venire dalla virata di posizione sull’invio delle armi e degli aiuti all’Ucraina nonostante le iniziali, determinate e sperticate prese di posizione del segretario del Carroccio in favore degli Ucraini. Né può essere liquidata come una semplice battuta quella resa a Napoli da Silvio Berlusconi allorquando il Cavaliere si pronunciò per una resa, comunque essa fosse, degli Ucraini purché finisse la guerra.

In sintesi, non può essere escluso che la caduta di Draghi sia stata condizionata dai rapporti di taluni leader di partito italiani con il Cremlino, qualunque essi siano stati e per qualunque motivo. Questo, in ogni caso, lo si saprà solo in seguito. Resta il fatto, però, che con questo “stato dell’arte” rischia di venire ulteriormente meno la fiducia atlantica ed europea nei confronti della nostra Nazione, già ritenuta, in passato, affetta dalla sindrome di Bruto.