152022Lug
In morte di Eugenio Scalfari

Saranno numerosi gli articoli commemorativi per la morte del giornalista Eugenio Scalfari, fondatore del giornale “La Repubblica”, che per anni ha conteso al Corriere della Sera il primato delle vendite (e dei lettori). Nel periodo del suo massimo splendore (verso l’ultimo scorcio del secolo scorso), quel “foglio” fu più di un organo d’informazione. In pratica seppe trasformarsi in una specie di “partito”, diventando un punto di riferimento costante per larga parte dell’opinione pubblica. Erano quelli i tempi in cui, mancando le potenzialità e la capillarità della rete, la gente si “formava” anche attraverso la lettura dei quotidiani, dove attingeva soprattutto agli editoriali domenicali delle grandi firme. Sommariamente nel centrodestra dettavano legge i vari Montanelli, Ostellino, Panebianco e finanche l’ondivago Galli della Loggia (dalle colonne del Corsera). A sinistra la parte del leone la facevano Scalfari, Vittorio Foa e Lucio Magri, oltre che i vari politici dell’epoca. Scalfari era stato un dipendente di banca ma aveva anche frequentato gli ambienti giusti del giornalismo a cominciare dal settimanale “Il Mondo” di Mario Pannunzio che negli anni Sessanta del XX secolo raccoglieva il meglio della intellighenzia liberale e liberal socialista. Parlamentare del PSI per una legislatura (dal 1968 al 1972), lo scrittore originario di Civitavecchia, aveva scoperto di essere poco vocato alla disciplina di partito e poco incline al ruolo di “peones” nel vasto emiciclo di Montecitorio. Così, sfruttando le aderenze che aveva con il mondo bancario e soprattutto l’amicizia che lo legava alla nobile famiglia di Carlo Caracciolo, riuscì a farsi dare prestiti e garanzie per fondare la Repubblica. Successivamente ripeté lo stesso “meccanismo” con L’Espresso (settimanale), anch’esso ritenuto una bibbia per la gente di sinistra e la cui linea editoriale era quasi sempre dettata da inchieste orientate verso gli scandali governativi o contro quegli uomini politici che di sinistra non erano.

Insomma, Scalfari seppe dotarsi di quella partigianeria e di quello strabismo politico che ne decretarono, poi, il successo fino a farlo diventare un’icona indiscussa dell’anticonformismo e della platea che votava social comunista. La punta più alta di tale partigianeria la mise in campo nella vicenda per l’acquisto della casa editrice Mondadori allorquando sostenne le tesi di Carlo De Benedetti (tessera numero uno del PD ed imprenditore ed affarista organico alla sinistra di governo), uscito dal management della Fiat di Gianni Agnelli, contro Silvio Berlusconi. Fu quella una lunga battaglia giudiziaria e politica al tempo stesso che passò sotto il nome di “guerra di Segrate”, dall’omonima denominazione del Comune lombardo ove aveva sede sociale la Mondadori. Una vicenda intricata fatta da colpi di maggioranza e patti para sociali tra i possessori delle quote azionarie del gruppo, che si concluse con un giudizio che confermò le buone ragioni del Cavaliere, contro il quale era però già iniziato il fuoco di fila di Scalfari prima ancora che Silvio scendesse in politica. Il successivo patto tra l’uomo di Arcore e Carlo De Benedetto di spartirsi le testate editate dal gruppo Mondadori, fu poi non mantenuto da De Benedetti che, trovatosi un tribunale compiacente, richiese ed ottenne da Berlusconi un risarcimento postumo di ben seicento milioni di lire. Insomma: il gruppo Scalfari, persa la battaglia, vinse la guerra dei danari che seppero intascarsi con sul capo l’aureola di coloro i quali avevano piegato l’odiato antagonista.

Tuttavia fu quello uno dei punti più beceri della guerra dei magistrati contro il fondatore di Forza Italia, costretto a pagare nonostante le intese raggiunte. Con la candidatura politica di Silvio le cose si inasprirono ancora di più ed i corsivi di Scalfari trasudarono veleni senza risparmio anche perché essendo, nel frattempo, mutati i tempi e conclusasi la cosiddetta prima Repubblica, il giornale-partito ed il suo oracolo avevano perso seguaci e mordente. Insomma: erano passati gli anni in cui la linea editoriale veniva influenzata dallo Scalfari socialista, la mattina, ed agiato borghese carico di danaro il pomeriggio: per celia, la perfetta sintesi del liberal socialismo che il giornalista predicava. Oggi se ne tesserano le lodi, come succede nelle commemorazioni.

Sarà raro rintracciare critiche alla faziosità di un giornalista che spesso predicava il sublime e poi praticava il mediocre. Dalla penna di “Barbapapà” come vezzosamente era chiamato, è traboccato tanto inchiostro e molto sussiego, oltre alla grande presunzione di poter orientare culturalmente le scelte politiche e l’alternativa di governo. Eclissatosi con l’età a differenza di Indro Montanelli, Scalfari non lascia molti rimpianti tranne qualche epigono come Marco Travaglio. Quest’ultimo degno emulo in faziosità e proveniente dalle file liberali poi maldestramente utilitaristicamente abiurate.