62022Lug
L’uomo che volle farsi zar

Nell’immaginario collettivo la parola zar è collegata alla fine tragica dell’ultimo imperatore russo, Nicola II Romanov, passato per le armi, con tutta la sua famiglia, nel 1918, al termine della sanguinosa rivoluzione bolscevica che, con a capo Vladimir Il’ič Ul’janov detto “Lenin”, segnò la vittoria dei marxisti e lo stravolgimento dell’apparato politico e socio economico di quel Paese. La parola zar è la translitterazione russa del termine latino Caesar (Cesare) e sta ad indicare un monarca assoluto ovvero esonerato dal dover dare conto delle proprie decisioni ad assemblee elettive scelte dal popolo. In Russia, la fine dei Romanov non diede vita a forme di democrazia partecipata avendo, i comunisti, accentrato tutto il potere gestionale nelle mani di organismi ristretti di cui essi stessi si erano dotati. Si lasciò, in sostanza, alla volontà popolare solo un simulacro di democrazia quale fu la ratifica delle liste presentate dai soviet. Insomma: i russi caddero dalla padella alla brace, passando da un monarca assoluto ad un sistema tirannico basato sul potere del partito unico in nome del dominio della classe operaia e proletaria.

In questo clima liberticida scomparvero tutte le garanzie civili, anche quelle minime e formali basate sul paternalismo dello zar e degli organismi da lui presieduti oppure indicati, per lasciare il posto a nomenclature selezionate dal potere centrale del partito comunista. Per decenni nelle segrete stanze del Cremlino una casta ristretta, selezionata per acquiescenza ed obbedienza all’ideologia imperante, impose un regime di terrore e di repressione. Chiunque osasse contraddire le tesi del Politbüro (l’ufficio politico) veniva incarcerato oppure giustiziato dopo essere stato condannato da tribunali speciali etero diretti dai funzionari di partito. La caduta del muro di Berlino e la palese sconfitta del comunismo come sistema di governo della società, determinò, in breve tempo, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, la disgregazione di quello che fu definito l’impero del male. In contemporanea, gli aneliti di libertà portarono gli stessi dirigenti russi ad accettare la sentenza della storia ed i mutamenti indotti dal vento del rinnovamento civico e politico. Perestrojka (“ricostruzione”) e Glasnost (“trasparenza”) furono le parole chiave del nuovo corso che vide in Michail Gorbačëv, segretario politico del PCUS, il protagonista della nuova era. L’apertura di un parlamento democraticamente eletto, la libertà di stampa e di associazione, il libero mercato di concorrenza, la libera circolazione di merci e di persone furono i fiori di quella primavera, ahinoi, dall’effimera durata. I poteri ex sovietici, infatti, si eclissarono ma non scomparvero del tutto e la fitta rete di connivenze col precedente regime, si mantenne salda ed operativa nonostante il costume occidentale. Fu così che, tramontata la presidenza di Boris Eltsin, successore di Gorbačëv, cominciò a riprendere il sopravvento proprio quel vecchio “modello” da poco defenestrato.

Il sistema liberale con il suo carico di diritti, strideva con la voglia di restaurazione di una democrazia a responsabilità limitata. Fu così che si inverò uno status di piena libertà economica, tradotta nella nascita degli oligarchi che si spartirono il vecchio apparato industriale e le immense risorse naturali nel mentre vennero di nuovo compresse le libertà personali e politiche. Fu a questo punto che un abile ufficiale del famigerato KGB poté assurgere ai vertici dello Stato e rimanerci per diversi lustri, manipolando a piacimento la costituzione e sbarazzandosi degli avversari politici scomodi: si chiamava Vladimir Putin. L’ex tenente colonnello della polizia segreta russa è riuscito a rimanere in sella e ad orientare la società al vecchio sistema centralizzato e controllato dello Stato: arricchitevi quanto potete, godetevi i beni di consumo occidentali, ma non disturbate il manovratore. In questo rinnovato clima di libertà limitata si è rafforzata la tirannia del nuovo despota e dei suoi accoliti fino a raggiungere l’intento di ritornare ai fasti sovietici sfociati in un seguito di aggressioni territoriali per annettersi parte di stati divenuti, nel frattempo, sovrani dopo la caduta dell’URSS. Da qui il colpo sferrato contro l’Ucraina per legittimare l’annessione della Crimea e dei territori prospicienti le coste del Mar Nero. Le sanzioni economiche occidentali contro Putin producono guasti lenti ma efficaci.

Dopo che le società di rating hanno dichiarato insolvente ( fallita ) la Russia sui debiti esteri, su Putin e sui suoi sostenitori sembra essere calata una sorta di pietra tombale. La scomparsa dei beni e delle merci dal mercato interno costringe il parlamento russo a legalizzare il contrabbando!! Tradotto: quando le risorse del gas saranno ulteriormente affievolite Mosca tornerà ad essere il luogo degli stenti e delle privazioni di un tempo. Con buona pace per l’uomo che volle farsi zar.