182022Giu
Le scuse alla Boschi, senza scusanti

Fu il giurista ed avvocato milanese Giuliano Pisapia, nel dicembre 2007, a parlare, per la prima volta, di “gogna mediatica”. Nostro conterraneo per parte di madre (originaria di Caserta), uomo politico di Rifondazione Comunista, Pisapia non ha mai rinnegato il garantismo giudiziario che fu tipico di quella matrice politica. Ancorché tutta l’area politica di appartenenza si fosse spostata sulle sponde dei manettari e dei forcaioli, pur di dichiarare guerra al cavalier Berlusconi per eliminarlo per via giudiziaria, il giovane avvocato lombardo non seguì il gregge dei moralisti in servizio permanente effettivo. Preferì, invece, difendere con serietà e convinzione molto imputati finiti nelle maglie della giustizia politicizzata, dichiarando testualmente: “le toghe vanno a caccia di crimini che non esistono. È il solito meccanismo: intercettazione a strascico e gogna mediatica”. Il tempo galantuomo gli ha dato ragione dopo venti anni, mettendo a nudo la tresca tra taluni settori della magistratura e determinate aree politiche della cosiddetta sinistra di governo. Insomma Pisapia ha saputo navigare contro vento distinguendosi dal branco che intendeva eliminare, a mezzo di imputazioni, gli avversari politici ben oltre l’esistenza di uno straccio di prova indiziaria. Oggi quelle tesi suonano beffarde ma sono la conferma tragica dell’esistenza di un sistema illecito ed illiberale che ha stritolato centinaia di politici sotto il peso delle campagne scandalistiche imbastite su ipotesi di reato e processi penali finiti nel nulla.

Restano ancora sul campo, con cinica pervicacia, diversi araldi di quella bandiera del giustizialismo intransigente, come Santoro, Travaglio, Padellaro, Scanzi, Saviano, Grillo, nel mentre sono scomparsi Scalfari, Di Pietro, Violante, Caselli, Dandini, Furio Colombo, Flores d’Arcais, Casaleggio, tanto per citarne alcuni. In ogni modo il vaso di Pandora è stato scoperchiato da Palamara & C. e la bandiera dell’intoccabilità che camuffa l’irresponsabilità dei togati, non garrisce più come una volta. Tuttavia veleni ed abusi, tramite i pentiti utilizzati per colmare il vuoto probatorio delle inchieste mirate a delegittimare coloro che devono essere colpiti, persistono e la sordina messa all’affare della loggia Ungheria e dei trambusti occulti per designare i capi delle Procure col bilancino della politica, lo conferma. Nel contempo balza agli onori della cronaca la sentenza con la quale è stato prosciolto il padre di Maria Elena Boschi, ex ministra del governo Renzi. Quest’ultima ora reclama scuse a destra ed a manca per la gogna a cui è stata sottoposta. Nel caso specifico però c’è un concorso di colpa politico realizzato con i silenzi e l’inerzia operativa mostrata dal governo di Matteo Renzi, illusosi che non sarebbe mai toccato né a lui né ai suoi parenti e sodali di finire nel tritacarne. La Boschi reclama il diritto civico e il dovere politico da parte di coloro che l’accusarono, di dover recitare il pubblico mea culpa. Ne ha certamente diritto ma non l’otterrà in un contesto che è giunto al punto di massimo degrado comportamentale, devastato da venticinque anni di scorrerie giudiziarie impunite dei pubblici ministeri e dalla lotta a Silvio Berlusconi che per essere fatta efficacemente, ha cancellato ogni fair play ed ogni regolamento parlamentare. Nemesi, la dea della vendetta, è bizzarra ma inarrestabile se le azioni da punire sono state compiute ed accompagnata dalla malvagità e dalla malafede. E di malafede e di cattiveria fu condita anche l’azione della Boschi e del suo mentore Renzi allorquando innanzi alle proteste nei confronti della gogna mediatica, esposte in parlamento, dal centrodestra, si mostrano sordi, cinici e calcolatori. Possono avere tutte le ragioni del mondo e mostrare tutte le sentenze che credono di poter esibire ma non otterranno la piena riabilitazione politica ed umana. La gente non ha memoria che per le nefandezze o le presunte tali. La politica non torna agli antichi splendori perché tempi ed opportunità sono svaniti anche sotto il carico delle contumelie e dei sospetti.

Il veleno che instillano taluni azioni giudiziarie non punta ad ottenere condanne nei tribunali ma ad eliminare dalla scena politica i sospettati che, in quanto tali, troveranno giustizia fuori tempo massimo. È come fermare, all’apice del successo, un artista oppure uno sportivo: quando sarà riabilitato sarà comunque una persona che ha perso l’attimo fuggente. La Boschi è troppo scaltra per non sapere che il morso dei magistrati è comunque mortale per gli uomini politici e che non c’è rimedio o riabilitazione che tenga. Lo sapevano anche quando avevano il potere di poter cambiare le cose, riportare l’agire politico entro alvei di decoro e rispetto, e lo stato di diritto entro canoni di civiltà giuridica. Non avrà né scuse oggi, né scusanti per ieri.