152022Giu
La lezione di Indro

E’ trascorso più di un quarto di secolo dall’intervista che Indro Montanelli concesse al giornalista Alain Elkan nel corso della quale quest’ultimo gli pose la fatidica domanda: “quale futuro per l’Italia”?. Con evidente riluttanza, con un rammarico carico di ovvietà, il giornalista di Fucecchio rispose: “Per un popolo che non ha contezza del proprio passato, né mostra alcun interesse per lo stesso, non può esserci un futuro lusinghiero”. Citando un altro grande giornalista, Ugo Ojetti, Montanelli affermò che gli italiani sono un popolo di contemporanei che non ha né ascendenti né discendenti e vive solo in funzione delle proprie convenienze e delle opportunità che riesce a cogliere. La risposta era da considerarsi quasi scontata per coloro che avevano letto, nel corso degli anni, i celebri editoriali del grande scrittore toscano. Pezzi asciutti e pungenti, nei quali Indro descriveva, con eleganza e chiarezza, in maniera dettagliata, i vizi degli italiani. Montanelli ben conosceva nell’intimo la natura ondivaga e levantina degli abitanti del Belpaese, il loro atavico disinteresse per la storia della nazione che si era vieppiù incarognito nelle giovani generazioni, quelle per intenderci sempre meno istruite. L’ignoranza di base e l’analfabetismo crescente era figlio di una scuola che aveva cancellato i saperi e la didattica a tutto vantaggio di una pedagogia che puntava tutto sull’accoglienza e sulla parificazione sociale. Un popolo dalla memoria corta, il nostro, che si indignava facilmente, per proprio tornaconto, ma che, al contempo di poco o niente si curava in materia di diritti e libertà civiche. Insomma: la pancia piena (ed i piedi al caldo), le prebende clientelari, il disimpegno politico, erano ormai diventati il tratto distintivo della generazione venuta alla ribalta nel ventunesimo secolo. Per circa trent’anni lo scandalismo ed il moralismo in servizio permanente effettivo, con il suo corollario fatto di processi celebrati sui giornali ed in televisione, gogne mediatiche e giustizia politicizzata, aveva tenuto banco. Erano i tempi degli “impresentabili” e degli “incandidabili” per tutti coloro che, avendo ricevuto un avviso di garanzia oppure un provvedimento giudiziario, venivano bollati come gente indegna e colpevole prima di aver subìto qualsivoglia sentenza di condanna.

Eppure l’affaire Palamara ha, di recente, svelato lo stretto legame tra gli ambienti della sinistra ed i vertici di certe Procure spartiti ed assegnati ai magistrati più allineati agli interessi politici di quella parte politica, oltre ad essere utilizzati per aprire inchieste e schiaffare in carcerare i militanti in campo avverso. Per decenni la politica si è interessata più di quello che avveniva sotto le lenzuola di Berlusconi che di quello che serviva all’Italia. Ogni strumento polemico ed ogni mezzo è stato adoperato pur di eliminare per via giudiziaria il Cavaliere, altrimenti imbattibile nel segreto dell’urna. Una gazzarra indegna sia sotto il piano politico sia sotto il piano del diritto e della tutela dei principi costituzionali in capo a cittadini noti e meno noti.

Il reato di concorso esterno, inventato dagli stessi magistrati a furia di sentenze, l’uso e l’abuso dei pentiti posti nelle mani dei pubblici ministeri, ha portato in galera circa un migliaio di persone l’anno, salvo poi scoprire che la maggioranza di queste sarebbe stata assolta nel corso dei tre gradi di giudizio. Il rancore sociale, instillato dal nascente Movimento Cinque stelle con la sapiente mistificazione della storia delle istituzioni politiche e parlamentari, ha portato circa un terzo degli italiani a votare per i pentastellati ed a battezzarsi come candidi ed immacolati testimoni delle nefandezze perpetrate dalla casta politica bollata come origine di ogni malefatta. In questa palude, ove la democrazia parlamentare è stata dichiarata una vera e propria patologia per il corpo sociale, talune toghe hanno agito, in combinato disposto con determinate aree politiche, indisturbate ed irresponsabili, allargando sia la sfera di competenza della giurisdizione sia la vocazione a sostituirsi al decisore politico, soprattutto se questi non era in sintonia con l’area di cui la medesima magistratura si sentiva espressione. Il fallimento del referendum sulla giustizia restituisce proprio alla peggiore partitocrazia ed alle camerille parlamentari la parola assoluta, con buona pace per i rivoluzionari da operetta che, in questi ultimi anni, hanno imperversato sulle reti social e su determinati organi d’informazione.

Il cosiddetto “popolo sovrano” si è sottratto all’esercizio di una democrazia diretta che era stata il suo cavallo di battaglia contro quelle istituzioni che dovevano essere “aperte come una scatola di tonno”. La lezione di Indro Montanelli, di un popolo che può al massimo eccellere per singoli soggetti e specifici casi, ma non come “nazione”, trova la sua tragica conferma. C’è di che vergognarsi.