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Familismo amorale in salsa casertana?

Che siano tenute in selettivi contesti culturali oppure innanzi al bar dello sport, le discussioni sul divario di cultura civica tra il nord ed il sud della nazione, animano il dibattito da quando è stata fatta l’Unità d’Italia. Troppo lunga geograficamente, troppo diversa geneticamente e storicamente la sua popolazione perché nello Stivale si possa trovare una sintesi feconda tra etnie, mentalità e culture regionali tanto differenti. C’è chi fa risalire alle dominazioni che ripetutamente ci hanno oppresso nei secoli questo stato di cose, chi le addebita al metodo forzoso con il quale è stata realizzata l’unione tra genti di diversa estrazione, chi ancora ritiene molto più argutamente che le cause di tale divaricazione siano da ricercarsi in specifiche “teorie” che affondano nella storia del Cristianesimo in Europa. Quest’ultimo caso è stato trattato sia dal filosofo Salvatore Veca che dal sociologo Francesco Alberoni in un bel libro dal titolo “l’altruismo e la morale”. I due studiosi fanno risalire taluni radicate costumanze del Meridione al divario creatosi rispetto alle popolazioni del Settentrione in seguito all’avvento della riforma protestante, allo scisma religioso provocato dall’ex monaco tedesco Martin Lutero e successivamente dal teologo francese Giovanni Calvino. In estrema sintesi: una diversa visione di Dio e della sua Chiesa rispetto a quella del Papato, avrebbe generato comportamenti diversi.

Al Nord il Dio misericordioso di Lutero non faceva paura col fuoco dell’inferno, anzi, la sua immensa grazia e la pietà erano in grado di salvare le anime pur senza la vendita delle indulgenze e la pratica della simonia. Era quella un’idea di divinità che incoraggiava gli uomini a non rinchiudersi nella sola cura dell’anima oppressa dai peccati invitandola anzi ad aprirsi ad una visione di salvezza collettiva per il tramite della immensa bontà del Creatore. Al Sud mancata la riforma luterana le popolazioni subirono le ristrettezze dogmatiche e dottrinali della controriforma papalina che accentuò, anche a mezzo della santa inquisizione, il concetto che ciascuno dovesse pensare a salvare se stesso vivendo in povertà per guadagnarsi il paradiso.

Al Nord la ricchezza fu considerata un segno della benevolenza del Signore, al Sud il denaro – quando non incassato dalla Chiesa tramite i venditori di indulgenze – divenne lo sterco del diavolo. Ogni lusso ed ogni agiatezza furono deprecati e condannati come l’anticamera dell’inferno. Al Nord si svilupparono il sentimento del bene pubblico (etica pubblica), quello dei commerci e della prosperità benedetta dal Dio di Lutero e Calvino; al Sud imperava invece un Dio vendicativo descritto da Tertulliano e da Agostino d’Ippona con i diavoli ed i forconi a castigare empi e ricchi. Insomma nel Mezzogiorno della Penisola ciascuno badava alla salvezza della propria anima ed a quella dei propri familiari. Al Nord invece l’etica protestante indicava la salvezza di tutti i buoni cristiani anche quelli che si trovavano in uno stato di agiatezza. Un divario che per secoli ha orientato diversamente coscienze e mentalità. Una tesi che certo può far discutere, quella di Veca ed Alberoni, ma che trova conforto nello studio condotto dal politologo e sociologo americano Edward Banfield. Nel suo libro “Le basi morali e le loro origini” laddove egli ha coniato il termine “familismo amorale”, intendendo che in un contesto ove è sconosciuta l’etica pubblica chi detiene un potere lo esercita poi per il proprio tornaconto oppure per quello della propria famiglia. Sotto mentite spoglie Banfield si introduce in una piccola comunità del Sud dove rileva l’assoluta assenza di comportamenti improntati alla salvaguardia del bene collettivo e dell’etica pubblica. In quel piccolo mondo chiunque possiede un grado di potere decisionale oppure un ruolo sociale particolare, lo utilizza prevalentemente per scopi di piccolo cabotaggio quasi sempre improntati al “familismo amorale”. Siamo negli anni Cinquanta del ‘900 ma la mentalità rilevata affonda nella notte dei tempi. Cos’è cambiato da allora? Nulla.

Anzi: il familismo ha allargato i propri orizzonti, si è ampliato alla tutela delle professioni, degli interessi produttivi e corporativi, delle categorie sociali, del clientelismo elettorale. Sul versante sociale e dell’etica pubblica le cose non sono mutate di una virgola. A chi interessa, infatti, che in un piano regolatore si parli dello sviluppo urbanistico della città e non dell’allocazione di un proprio pezzo di terra in zona edificabile? Quante persone votano politici che realizzano per la collettività ma non gestiscono segreterie ove nasce il presupposto del voto di scambio col piacere da ricevere? Poche, ancora maledettamente poche. A Caserta la Provincia ha bandito concorsi per un’ottantina di posti impiegatizi e c’è da credere che ben presto leggeremo nomi e cognomi noti tra i vincitori: fratelli, figli, generi, nipoti di amministratori locali e politici regionali. Il familismo amorale anche in salsa casertana? Chissà…