292022Mag
La sindrome di Pigmalione

Secondo il mito greco, Pigmalione era il re di Creta. Per il poeta romano Publio Ovidio Nasone, detto Ovidio, invece, era uno scultore di rara maestria. Ora, a voler dar retta al mito, quel sovrano si era innamorato perdutamente delle fattezze della dea dell’amore Afrodite. Nel libro di Ovidio, le “Metamorfosi”, si trattava di un artista che aveva scolpito una statua di forme così perfette che alla fine se ne sera invaghito. Comunque sia, Pigmalione si innamorò a tal punto di quell’effige che volle metterla nel suo letto per poterne godere sia la bellezza sia la compagnia. La dea, innanzi a tanta sincera passione, si mosse a commozione trasformando la statua in una donna che diventò la moglie dell’artista ed alla quale fu dato il nome di Galatea.

Questo racconto mitologico è assurto ad una notorietà che ha travalicato i secoli ed oggi il nome stesso di Pigmalione è diventato un modo di dire, per descrivere coloro i quali si adoperano per educare al sapere ed alle buone costumanze di vita un’altra persona. Di Pigmalione si parla anche come sindrome patologica che affligge coloro che, lasciandosi condizionare dalle opinioni espresse sul proprio conto, finiscono per agire di conseguenza, ovvero assumono comportamenti in assonanza con i giudizi che gli altri hanno espresso sul proprio conto. In effetti la sindrome psicologica prende il nome di “effetto Rosenthal” e si evidenziata sui bambini che migliorano il proprio rendimento scolastico allorquando vengono accompagnati dagli apprezzamenti sulla loro intelligenza, esternati dai parenti e dai propri insegnanti. Sia la sindrome psicologica che la morale che scaturisce dal mito di Pigmalione la si riscontrano anche nell’agire politico, soprattutto per quanto riguarda la grande considerazione che i leader di partito hanno di se stessi. Questi ultimi stimolati sia dai supporter che dai cortigiani “reggicoda” che popolano ciò che resta dei vecchi e gloriosi partiti del secolo scorso (quando questi non erano ancora i simulacri personalizzati, governati da piccole conventicole delle quali oggi si circondano i “titolari” della ditta). Affetti dalla sindrome appaiono anche quanti si sentono artisti eccelsi nell’arte della politica, fino a poter credere di poter cesellare, essi stessi, splendide opere e programmi. Lo stesso capita per coloro che per ignoranza o mancanza di consapevolezza politica, si lasciano condizionare dai sondaggi di opinione oppure manipolare dal “maître a penser” di turno che dirige un giornale oppure un programma tv. Insomma: in politica gli effetti dell’emulazione di Pigmalione sono tutti negativi e determinano desertificazione e scadimento della proposta e della coerenza politica. In particolare il discorso riguarda i detentori, o meglio gli intestatari delle attuali formazioni in campo. Quasi tutti si ritengono artisti in grado di replicare la perfezione, innamorandosi dei propri convincimenti fino a ritenerli degni di prender corpo, in quanto vivi e vegeti. Tuttavia in politica non ci sono dee benigne in grado di realizzare miracolosamente i sogni e le ambizione del Pigmalione di turno, se non piccole comunità esoteriche ammesse a decidere sotto l’imperio del capo che elargisce loro cariche e scranni in Parlamento. Basterebbe riunire questi personaggi per sottoporli ad un esame psicologico così da valutarne l’equilibrio ed il rapporto realmente esistente tra la sicumera e l’effettiva valenza delle loro capacità. Il tutto proponendogli una semplice equazione: se il governo è sostenuto da maggioranze parlamentari frutto delle decisioni degli elettori che votano i partiti politici, come si può realizzare un buon governo senza forze partitiche democratiche e partecipate?

In sintesi: può esistere una classe dirigente selezionata tra i più capaci ed i più virtuosi se i partiti sono estranei al rispetto delle regole e degli adempimenti statutari che essi stessi si sono dati per proporre agli elettori una classe dirigente adeguatamente selezionata per dirigere il governo e lo Stato? Può esistere un fine etico, la buona selezione dei candidati, se il mezzo scelto dai partiti non ha altra eticità di quella che discende dai desiderata del capo e dei suoi intimi? Innanzi a queste domande qualcuno dovrebbe spiegarci come possa uno zoppo essere veloce ed un idiota risolvere problemi matematici. Fuor di metafora: se non si ristrutturano i partiti, che sono lo strumento riconosciuto dalla Costituzione per produrre programmi e classe dirigente, come sarà mai possibile sperare che la politica riconquisti senso e consenso democratico e partecipativo tanto da poter fare da mediatore tra il popolo ed il Parlamento e tra questi ed il governo? La questione politica italiana quindi ruota intorno alla rigenerazione metodologica e democratica dei partiti. Se non si accantonano i movimenti fatti di plastica ed i ras che vi padroneggiano, la statua di Pigmalione resterà inanimata e gli italiani mal rappresentati.