272022Mag
L’ultimo dei Mohicani

La morte di Ciriaco De Mita non è una notizia di cronaca. Non l’episodio naturale di una lunga ed onorata esistenza ma qualcosa di più, che va ben oltre la scomparsa di un leader politico che ha primeggiato sulla scena nazionale per molti anni. Don Ciriaco, come solevano chiamarlo i compaesani di Nusco, suo paese d’origine (del quale, a 94 anni, era ancora sindaco), è stato un intellettuale finissimo e, soprattutto, un politico a tutto tondo nell’accezione più alta del termine. De Mita era la politica rappresentata in tutte le sue declinazioni: quella colta del pensiero e quella meno nobile di chi, essendo nato al Sud, doveva fronteggiare un esercito di clienti com’è d’uso dalle nostre parti. E tuttavia anche in quella veste, che contraddiceva il livello alto del suo pensare ed agire, non fu mai un uomo dedito al ruolo di potente o di signorotto del contado.

Fu invece capo del Governo, Ministro e segretario polito della Dc. Nell’ultima visita che ebbi l’onore di fargli, alla viglia delle ultime elezioni regionali, con una bella dose di improntitudine, gli chiesi perché mai un uomo che volava tanto in alto in politica si era cimentato anche nell’esercizio della “bassa” pratica di voler corrispondere alle richieste più svariate dei suoi elettori. Inarcando il famoso sopracciglio, nel mentre mescolava le amate carte da gioco napoletane (De Mita era un campione nel gioco del tressette), mi rispose semplicemente, senza averne a male, che non si poteva non fare del bene a chi aveva bisogno d’aiuto. Non obiettai!! Ebbi, in quella occasione, la sensazione che più che conversare con me mi stesse sottoponendo ad una sorta di esame di idoneità per l’incarico che intendeva affidarmi, per la composizione della lista dei Popolari in provincia di Caserta. In effetti così era. Discutemmo a lungo sull’essenza del popolarismo sturziano ovvero quella dottrina di “libertà liberali” che si coniugava verso il basso facendosi carico dei bisogni del ceto intermedio e popolare. L’effige di don Sturzo ci sovrastava in un bel quadro del sacerdote e politico siciliano che, a quanto pare, Ciriaco prometteva di regalare ai suoi ospiti, me compreso, dopo la sua dipartita. Era così, infatti, il leader di Nusco: gentile ed ammaliatore. Metteva chiunque nella condizione di sentirsi apprezzati, ben sapendo quanto grande fosse, negli uomini, il divario tra quello che essi pensano di valere e quello che effettivamente valgono. Declinai l’invito a tornare ad interessarmi di politica e lui mi redarguì dicendomi che la politica è l’unica scienza complessa per governare la comunità, per sostenere i deboli ed amministrare i forti. Lesse un mio articolo e puntualizzò alcune cose. Seppi, da un collega, ex parlamentare come me, che ebbe a farmi la diagnosi ed un complimento: “D’Anna è più preparato di molti altri politici che si ritengono tali. E’ democristiano convinto ed erudito. Peccato che sia più colto che politico, perché disegna di calarsi nella realtà, a volte anche misera, della pratica politica”. In effetti mi aveva esaminato traendone un giudizio di inadeguatezza alla pratica della “politica politicante” essendo il sottoscritto più propenso a rifugiarsi nella idealità. Insomma: aveva centrato il problema tra chi guarda la politica da “filosofo” e chi la pratica sul campo, senza illudersi che il mondo contenga solo il bene ed il giusto. Ciriaco De Mita era un intellettuale cresciuto a Milano, all’Università Cattolica ed aveva radicato il senso e la visione solidaristica della politica, ma la perticava anche ricorrendo all’astuzia, adeguandosi alle regole del gioco.

Con lui l’Italia ha perso uno dei suoi più lucidi pensatori, scrittore ed oratore di pregio, spesso costretto a predicare in un deserto culturale avvilito dalla pratiche affaristiche ed assistenziali. Ho letto tutti i suoi libri e da giovane fui un seguace della sua corrente, la Sinistra di Base, che aveva in De Mita, Mino Martinazzoli, Giovanni Galloni, Riccardo Misasi, Alberto Marcora e Nicola Pistelli i massimi esponenti. Tale corrente, all’interno della Dc, veniva osteggiata dai conservatori perché anticipava l’apertura ai socialisti e la collaborazione con i comunisti. Pochi capirono che non erano dei “convertiti” al socialismo erano, invece, convinti che il popolarismo e l’interclassismo, come dottrina socio-economica, avevano necessità di confrontarsi con gli altri partiti di massa, anch’essi vocati alle istanze ed alla emancipazione dei ceti medi e popolari. Spaesato e disgustato dall’incipiente ignoranza di una classe politica sempre più evanescente ed incolta, dai partiti personalizzati e plastificati, don Ciriaco rimuginava sugli eventi con il suo stile, l’analisi colta ed il pensiero forte. Se ne va, con lui, l’ultimo dei grandi politici del secolo scorso, un maestro per i pochi che restano. Sì, erede di una storia ormai passata ma che non morirà, come l’ultimo dei Mohicani. Mi piace salutarlo come egli stesso fece con Misasi: “siamo tristi perché da oggi ci sentiamo più soli”.