252022Mag
Cosa resta della leggenda del Piave

È ricorso di ieri l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915) nel primo conflitto mondiale. I ragazzi della mia età erano abituati in occasione di quella celebre ricorrenza, a vedere sfilare per le strade del paese i reduci della “Grande Guerra” con le medaglie appuntate sul petto e la croce di Cavaliere di Vittorio Veneto, particolare onorificenza, quest’ultima, tributata dall’Italia a chi, grazie al proprio impegno sotto le armi, aveva reso redente intere regioni con popolazione di lingua e tradizione italiana (Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli e la penisola di Pola). Gli adulti salutavano portando la mano al cappello; i più piccoli, per lo più scolari, cingevano il monumento dedicato ai caduti, quello che fa bella mostra un po’ in tutte le piazze delle città italiane. Le fanfare intonavano ripetutamente la canzone che Giovanni Ermete Gaeta scrisse con lo pseudonimo di E.A. Mario, “la leggenda del Piave”, fin quando, dopo il “silenzio”, suonato dal trombettiere, le autorità deponevano la corona d’alloro sul monumento tra gli applausi generali dei presenti. Un ritratto, quello appena tratteggiato, ormai affidato alle rimembranze di coloro che sono diventati canuti e curvi sotto il peso degli anni, purtroppo ignorato da giovani o giovanissimi. Era quello un momento di afflato e di unanime orgoglio, l’attimo in cui venivano onorate quelle migliaia di ragazzi che avevano immolato la propria vita in nome della Patria. Non ho visto corone d’alloro in giro né udito le note del Piave “calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio”. Qualcuno confonderà il mio dire con la retorica patriottarda, se non peggio con l’esaltazione della guerra. Nulla di più falso. Credo che pochi ripenseranno a quei momenti come l’attimo storico in cui popolo e nazione assunsero la consapevolezza d’essere tutt’uno. Vero è che siamo stati per secoli servi dello straniero, di molteplici invasori e che l’Italia pur dilaniata ed asservita, è esistita come “idea” ritrovandosi in una comune appartenenza linguistica e tradizionale. Vennero, dopo la lingua di Dante e Petrarca, le bellezze delle arti rinascimentali. Furono i grandi ingegni a corroborare il comune sentire degli italiani che in quegli illustri compatrioti si rividero e con essi si sentirono in simbiosi. Il paradosso della Storia ci portò ad essere una nazione pur senza esserlo, pur non sentendoci ugualmente e coralmente “italiani”.

Tuttavia in occasione della ricorrenza del “24 maggio”, le divisioni tra Nord e Sud del Paese, le idiosincrasie, le revisioni storiche, nascenti dall’esegesi di un’unità forzosa, venivano accantonate e si celebrava coralmente il sangue versato dai nostri straordinari fanti. E cosa dire della grande solidarietà di quei frangenti nei quali intere popolazioni, fuggite dalla guerra, vennero accolte e rifugiate nel Mezzogiorno d’Italia? È questa una pagina poco nota della nostra storia patria. Una pagina che ci racconta di centinaia e centinaia di Veneti, Trentini, Friulani, Dalmati in fuga dalle loro terre invase dallo straniero, accolti e integrati con Campani, Calabresi, Pugliesi e Laziali. Molte di quelle genti restarono al Sud anche a guerra finita, bonificando paludi, rassodando e coltivando terre a dispetto delle differenze e delle diffidenze che sarebbero sorte nella nostra epoca.

È rimasta solo una flebile traccia di quell’immane sforzo solidale di popolo, dell’erotismo dei diciottenni richiamati al fronte per arginare le truppe austro ungariche che avevano sfondato il fronte a Caporetto e che minacciavano di dilagare nella pianura Padana. Erano giovani freschi di una licenza liceale che oggi varrebbe tre lauree, a non pochi tra loro immolarono le proprie vite insieme con quelle di migliaia di contadini semi analfabeti, finché una mano anonima scrisse “sul Piave o tutti eroi o tutti accoppati”. Sono passate poche generazioni per giungere all’indifferenza dei giorni nostri, all’ignavia ed all’egoismo di chi pensa solo a non patire alcunché innanzi alla protervia di un aggressore. Non so come si chiami il Piave in Ucraina, so però come si chiamano quei cittadini che hanno imbracciato le armi per difendere le loro famiglie e la loro terra a prezzo della propria vita: si chiamano eroi. E se questa parola è stata cancellata in una società opulenta ed insensibile, dall’incultura e dall’ignoranza della Storia, il loro nome non cambia né cambia la superiorità etica di quell’impegno. Albert Camus immaginava che il momento più angoscioso per Sisifo, condannato a spingere il pesante masso in cima alla vetta, fosse quello della consapevolezza che si materializzava quando egli vedeva rotolare a valle la pietra che, con sudore, aveva portato in cima. La consapevolezza, insomma, che la vita è troppo breve perché un singolo uomo possa cambiare le sorti del mondo, ma l’uomo è un eroe assurdo che fa quel che deve pur senza illusioni. Così come chi adesso scrive non si illude di poter cambiare la sensibilità delle coscienze innanzi alle gesta dell’eroe. In fondo tenta “solo” di salvare la propria di coscienza innanzi alla banalità, alla volgarità ed al cinismo del mondo moderno nel quale ancora vive.