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Eredità d’affetti

Sfortunato e misero è colui che, almeno una volta, non abbia potuto leggere l’opera più nota di un grande poeta, quale fu Ugo Foscolo, intitolata “Dei Sepolcri”. Sfortunato e misero perché non ha potuto adeguare la propria mente ad una riflessione esistenziale ed intima di portata immensa: quella di interrogarsi sul cosa diventi l’uomo dopo la sua morte. Se esso, cioè, sia destinato ad divenir polvere inerte ed a scomparire d’un tratto non solo dalla vita terrena ma anche nella memoria dei propri cari e di quanti ne apprezzarono le umane virtù. Oppure se, attraverso la pietra tombale, la “sepoltura lacrimata” e dunque il culto del sacello in cui riposano le mortali spoglie, non se ne possa rinnovare, nel ricordo dei superstiti, ancora una corresponsione d’affetti. Parlo ovviamente degli uomini comuni, di quelli, cioè, che non hanno compiuto opere intellettuali, artistiche e sociali in grado di illustrarne e perpetuarne il ricordo in eterno. Senza, infatti, il legame e le “rimembranze” dei vivi, tutti quelli che hanno vissuto nell’anonimato, senza lasciare tracce pubbliche di se stessi, perirebbero due volte perché, semplicemente, dimenticati. Esiste ancora una tale filosofia, una devozione di questo tipo nell’era ove tutto si consuma, ove la rapidità della comunicazione e delle interazioni fra le persone, ha sostituito la profondità del pensiero ed il pregio del medesimo? Siamo ancora figli di un retaggio culturale antico che conserva, fin quando possibile, il nostro ricordo in un mondo secolarizzato ed asservito ai beni ed ai generi di consumo, che non ha tempo per coltivare le reminiscenze più care? E’ di questi giorni la notizia che in una cittadina americana si è aperta, di recente, una nuova tipologia di attività: quella di trasformare in concime la salme del defunto. Il procedimento avviene per rapida decomposizione grazie all’opera di colonie di batteri messi in condizione di agire in particolari condizioni: all’interno di un apposito tubo d’acciaio che regola determinati parametri chimici, fisici e biologici. Così, la salma, stesa su uno strato di terreno e ricoperta di una speciale sostanza vegetale, si decompone in poco più di un mese. Tutta la parte biologica si destruttura mediante un processo di colliquazione. In sintesi: il corpo diventa concime ed il terreno successivamente estratto, potrà servire per coltivare fiori ed altri vegetali. Alberi compresi. Insomma una rapidissima realizzazione del celebre dettato biblico “polvere sei e polvere ritornerai”. Tale “invenzione” è stata preceduta, nei giorni scorsi, da un’altra bizzarra novità questa volta “made in Svizzera”: quella di una sorta di navicella trasportabile, collocata ove si desidera, dal punto di vista panoramico, all’interno della quale, chi lo vuole, può auto-procurasi il trapasso per eutanasia, utilizzando, da solo, un gas venefico, senza dunque la scomoda intermediazione di terzi. L’elegante mezzo, disponibile in tutti i colori e pluri-accessoriato, chiamato, per assonanza evocativa Sarco (da sarcofago), diventa una bara sigillata. Due esempi di quanto la tecnologia, che presto o tardi diventerà moda, risolve sbrigativamente la pratica del cosiddetto “fine vita”. Innanzi a queste soluzioni di autogestione del trapasso e della trasformazione rapida del corpo in concime, c’è da interrogarsi se le parole di Foscolo abbiano ancora un senso in questo nostro presente e nel futuro. Se la razza umana, cioè, sia avviata verso pratiche di eugenetica (regolazione della nascita), eutanasia (regolazione della morte) e trasformazione biologica del cadavere, che rendano l’esistenza stessa sovrapponibile a quella che nei secoli passati abbiamo conosciuto. Parimenti, se esisterà ancora una qualche remora etica che ci riconduca ad un umanesimo aderente ai valori morali fin qui conosciuti o se la strada imboccata dall’uomo è quella che lo condurrà ad una sorta di relativismo etico sprovvisto di limiti e relazioni con tutti quanti gli altri esseri viventi, così come la storia dell’umanità ci ha finora tramandato. Allora beato chi ricorda i “Sepolcri”, chi crede che tutti si possa tornare a vivere nella mente degli uomini, anche sotto terra, quando ci sarà muta l’armonia del giorno. “Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna” scriveva il poeta di Zante. Parole, le sue, intrise di umanità oltre che di poesia, che stridono con le pratiche di una civiltà che mercifica l’uomo da vivo e lo dimentica sbrigativamente da morto. Le generazioni incolte dei nostri tempi, sottratte al sapere ed alla visione aulica dell’esistenza, avranno la capacità di difendere questa visione? E se tutto sarà affidato al nichilismo della convenienza e della praticità, che genere di umanità governerà la Terra un domani? Perdere questi valori ci renderà schiavi e sempre più dipendenti dalle straordinarie capacità e dalle potenzialità utilitaristiche delle macchine. Le parole stesse, oltre che i valori fondanti della vecchia umanità, diventeranno estranee. Fino a quando una pietra segnerà il luogo ove ci avranno seppellito e qualcuno ci ricorderà attraverso di essa, non saremo mai veramente estinti. Ci terrà in vita l’eredità di affetti!!