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Violacei

Quello nostro è uno strano Paese, soprattutto quando c’è la possibilità, per qualcuno, di indossare le vesti del moralista, parimenti per l’apparizione di movimenti (di piazza) colorati e stravaganti. La tinta dei drappi e delle bandiere che questi sventolano è variegata contrariamente agli obiettivi che intendono raggiungere, quasi tutti improntati alla protesta contro esponenti del centrodestra. Dopo i verdi ambientalisti, che come i cocomeri sono verdi fuori e rossi dentro, ecco i pacifisti arcobaleni, allenati a contestare i guerrafondai quando, s’intende, non sono di estrazione comunista. E poi, ancora: spazio alle “sardine”, mobilitate (dal Pd) contro Matteo Salvini per scongiurare l’immancabile deriva fascista quando il leader della Lega era al vertice dei sondaggi elettorali. Infine, ecco il ritorno del popolo viola. Il quaresimale e funesto colore è stato rivitalizzato per contestare l’ipotesi che Silvio Berlusconi si trasferisca sul Colle occupando la poltrona di Capo dello Stato. I filmati diffusi, in queste ore, dalle agenzie di stampa, mostrano il comizio di un ascetico soggetto, con tanto di lunghi capelli e barba folta da santone indiano. Il novello profeta arringa una piccola folla di persone che sventolano una foto del Cavaliere accompagnata da spregiative didascalie. Insomma un profluvio di indignazione per un’ipotesi che potrebbe trovare consenziente il Parlamento. Da quel che dicono e dalla faccia feroce con la quale lo proferiscono, costoro sembrano gli eredi naturali dei “manettari” di un tempo. Insomma: odiatori sociali allevati dai cattivi maestri della sinistra. Sembrano i reduci di antiche battaglie che rispolverano slogan con moralismo di basso conio incorporato, allievi cresciuti col fiele vomitato, oppure intinto nell’inchiostro, come Flores D’Arcais, Marco Travaglio, Gustavo Zagrebelsky, Antonio Padellaro, Furio Colombo et similia. Gente per la quale l’etica pubblica, ovvero la morale collettiva, deve uniformarsi al proprio modo di vedere, facendosi sostituire dalla scala di valori di cui essi stessi si dicono portatori. Tuttavia commettono sempre il medesimo errore: quello di voler piegare alla propria morale l’etica pubblica cancellano la sfera dei diritti altrui che sono garantiti costituzionalmente. Hegel affermava che nello stato di diritto la morale risiede nella legge. Chi agisce ed opera secondo legge ha già assolto il dovere derivante di rispettare la pubblica morale. Siamo quindi sullo stesso piano delle polemiche scatenate contro i cosiddetti “impresentabili” al tempo delle candidature, quasi sempre avversari della sinistra. Insomma alla fine la faziosità fa capolino dietro gli interessi di parte. Ancorché le norme consentissero a questi soggetti di potersi candidare essi sarebbero dovuti essere reietti dalle liste elettorali, una trasfigurazione dello stato di diritto. La presunzione d’innocenza, cessava d’esistere per queste persone in un Paese ove sono ormai centomila i condannati da risarcire per ingiusta pena e circa ventimila gli indagati in carcere in attesa di giudizio. Ma al moralista interessa spargere scandalo e fango e non sappiamo per chi di loro la predica venga da un pulpito che non sta in piedi per episodi di vita vissuta. D’altronde il moralista a furia di interessarsi della morale degli altri, spesso perde di vista quella propria, quella per esempio dell’osservanza di pagare le tasse, di non aderire a conventicole politico clientelari. I social messi nelle mani di questi soggetti ne amplificano il potere a dismisura presso l’opinione pubblica e così la quantità dei seguaci trasforma in qualità il becero pensiero. Eppure il Cavaliere, al di là di ogni considerazione di merito sulla vicenda Quirinale, di gradimento e di opportunità politica, resta un condannato politico, con un rarissimo “processo lampo”, non dal suo giudice naturale. E’ noto che per un erroneo conteggio della prescrizione fu consegnato alla sezione feriale della Cassazione, pur di sottrarlo a quella naturale, che già lo aveva assolto per analoghe fattispecie riferite ad altre annualità. Ma al moralista questo non interessa come non interessa che il leader di Forza Italia sia tra i primi dieci contribuenti italiani avendo versato oltre un miliardo di euro all’erario negli ultimi vent’anni. Aveva evaso l’un percento e doveva essere mandato in carcere!! Ma soprattutto non interessa che Berlusconi abbia scontato la pena e sia riabilitato ad esercitare i propri diritti di elettorato attivo e passivo. Un moralismo intransigente in una nazione che conta ben quattordici milioni di evasori e duecento miliardi di euro evasi. Ma per l’odiato Cavaliere ci si può mettere tutto sotto i piedi anche la civiltà giuridica ed il principio costituzionale della condanna come fine riabilitativo del reo. Insomma questa è brutta gente che potendola rivoltare come un calzino la troveremmo più che viola, violacea.