242021Dic
L’inquilino del Quirinale

Garante o protagonista? Per giungere alla conclusione di questo quesito sulla funzione svolta dal Capo dello Stato occorre una lunga premessa come quella che è alla base di una scelta politica. Per quest’ultima c’è, innanzitutto, la considerazione comparativa tra modelli e visioni dello Stato e della economia differenti. Comparazione tra il socialismo (e lo statalismo, che la caratterizza) può offrire rispetto alla visione liberale di una società che assegna agli individui – portatori di diritti inalienabili ed indisponibili – il primato sociale. In sintesi il socialismo persegue l’uguaglianza tra gli uomini realizzata forzatamente sotto l’imperio dello Stato onnipotente; il liberalismo, di converso, “assoggetta” lo Stato inducendolo a servire i cittadini ed a rispettarne, fino in fondo, tutte le libertà individuali. Insomma: due modelli in antitesi tra loro che, caso unico al mondo, in Italia hanno trovato una problematica sintesi a tutto vantaggio del pensiero che lo Stato sia depositario delle libertà (e della libera iniziativa) che poi semmai concede ai cittadini in base all’utilità sociale dei fini da loro perseguiti. Un vecchio ossimoro, questo, in qualche modo codificato anche nella nostra ormai desueta Carta Costituzionale. Un illusionismo, se vogliamo, di tipo socio economico, che ha consentito l’edificazione di un apparato burocratico che piega ai propri interessi tutte le varie iniziative private. Una menzogna che, essendo diventata luogo comune, consente di contrabbandare la pubblicità dei servizi erogati con la gestione statale dei servizi stessi. Poco importa se lo Stato imprenditore produce perdite e disservizi, essendo autore di finalità “disinteressate” ai guadagni e come tali produttrici di debiti da accollare successivamente alla gran massa dei contribuenti, sotto forma di tasse e gabelle. Da questa confusione terminologica e dalla mistificazione pratica del “guadagno” inteso come espressione dei profittatori, invece che come ricchezza legalmente prodotta, nasce il primato del collettivismo sull’individualismo. In questo contesto, falsato da stereotipi e pregiudizi sulle libertà economiche, nascono e crescono le tre male bastie: lo statalismo, il clientelismo e lo spreco del pubblico danaro. Nessuno nega che lo Stato sia indispensabile per garantire il patto sociale e la civile convivenza che ne consegue, tuttavia questi dovrebbe essere considerato come una medicina da prendere con moderazione e solo all’occorrenza. Parliamoci chiaro: i moti di ribellione rispetto all’invadenza dello Stato (ed ai suoi privilegi), sono molto rari ed insorgono solo in contesti particolari, ma mai, per capirci, contro quelle circostanze che lo fanno avvantaggiare sul mercato privando l’esercizio dei diritti e delle libertà dei singoli individui.

La protesta, insomma, nasce quando la vessazione e la privazione della libertà colpiscono direttamente i singoli cittadini. A nessuno passa per la testa che occorra contestare l’ambiguità del sistema ed i suoi mille compromessi, il favoreggiamento della burocrazia e quello dei monopoli pubblici. Nossignore. Ci si ribella, come successo negli ultimi mesi, solo nel momento in cui ci viene imposto un regime di privazione della libertà di scelta violando anche il principio della inviolabilità del proprio corpo come accaduto nel caso dei vaccini e del Green Pass. Una ribellione che non si cura delle cause originarie del problema e del potere indiscusso che è stato accumulato dai governi e dalla pubblica amministrazione. Ma tanto accade da decenni nel nostro Paese, ove tutto nasce e muore sui casi specifici e mai sui guasti e sulle contraddizione del sistema pubblico. Una consorteria, quella della gestione statalista, che attraversa ormai i convincimenti di tutti gli strati sociali che la subiscono senza conoscerne le cause. Quello italiano è un popolo miope e disincantato, indifferente a tal punto da non riuscire ad accorgersi di ciò che accade, alle sue spalle, sul proscenio della politica compromissoria che connota la quotidianità. Ecco allora che “zuppa o pan bagnato” diventano la stessa cosa e la politica stessa si fa interessante solo se rissosa o faziosa, nel momento in cui indulge sui personalismi più che sul discernimento e sulla scelta tra idee e valori diversi. Se questa è la trama offerta dalla commedia politica nostrana, cosa importa chi sarà scelto per salire al Quirinale? Cosa conta denunciare che la figura del Capo dello Stato si sia trasformata, negli anni, da quella di garante del rispetto della Costituzione a quella di vero protagonista delle scelte politiche? Insomma a pochi interessa se sul colle del Quirinale salga un inquilino oppure un padrone del vapore che governi pur non essendo stato eletto direttamente dal popolo. In una democrazia seria e compiuta l’ampiezza dei poteri gestiti è determinata dalla larghezza del consenso ricevuto.

Allora sembra giunta l’ora che decidano gli italiani direttamente su chi debba governarli.