222021Dic
Niente asini in toga

Tempi duri anche per gli aspiranti magistrati. Secondo l’ultimo aggiornamento sul concorso da 310 posti che si è svolto l’estate scorsa, su seimila partecipanti circa 4mila si sono ritirati senza consegnare uno dei compiti scritti. Di quelli rimasti in gara solo 88 persone sono state ritenute idonee per sostenere la prova orale. La cosa è di per se stessa allarmante. Trattandosi di un concorso al quale i partecipanti si preparano bene studiando alacremente, è ben grave che la motivazione dell’esclusione sia l’elevato numero di errori grammaticali commessi dai concorrenti. Se questo è lo stato dell’arte c’è da dedurre che le lacune emerse non siano solo quelle di natura giuridica, quanto quelle derivanti da una insufficienza della cultura di base.

D’altronde è risaputo cosa esca dalla scuola italiana e come essa sia collocata in fondo alla classifica internazionale che misura l’efficacia ed i saperi degli studenti. In sintesi, siamo posizionati nelle retrovie insieme col Ghana. Perché meravigliarsi che anche in un concorso così ambito, per il prestigio del ruolo e delle funzioni svolte (nonché per l’ottima retribuzione prevista), emergano le gravi insufficienze culturali che caratterizzano i diplomati ed i laureati del Belpaese? Abbiamo più volte denunciato lo stato pre agonico dell’apparato scolastico e l’approssimazione dei risultati della didattica, in una scuola trasformata in luogo dell’accoglienza al posto di quello dell’istruzione. Da decenni ogni riforma di legge proposta, che metta mano all’andazzo, viene falcidiata da critiche e proteste del corpo docente e degli stessi studenti. Chiunque tenti di reintrodurre nelle aule (anche di quelle universitarie) criteri selettivi e meritocratici, di rilevazione dei saperi, utili a parametrare, con un minimo di obiettività, sia l’efficienza del sistema che l’efficacia dei risultati, viene crocifisso e sbranato dalla miriade di sindacati di categoria. Questi ultimi sono una vasta consorteria di sigle più o meno autonome, tetragone nella difesa dell’esistente, sia dei diritti che delle “comodità”. Una forza politicizzata e parcellizzata per categorie e livelli di insegnamento che muove centinaia di migliaia di voti, posti al servizio non della scuola ma degli interessi diffusi di quelli che sono dentro il sistema scolastico. Lo stesso dicasi in difesa di coloro che, ancora precari, spingono per entrarvi. Un enorme bacino di consensi elettorali che pochi politici hanno il coraggio di contraddire e di contrastare. Molteplici sono state le formule riformatrici adottate in nome di una pedagogia di facciata che, all’atto pratico, finisce per sottendere solo rivendicazioni di tutela delle sacche di utilità, a cominciare dalle 28 ore settimanali di insegnamento. In nome dell’accoglienza e della parificazione di tutti gli scolari, oppure degli studenti, tutto si riduce ad un vuoto chiacchiericcio intorno ai livelli di apprendimento sempre più scarni. In buona sostanza la parificazione è quella verso il basso: tutto si adegua alle capacità dei meno dotati e degli svogliati che poco si impegnano nello studio. Insomma una colossale trasfigurazione dei docenti in assistenti sociali animati dal sacro fuoco di utilizzare la cultura come strumento di livellamento e di perequazione sociale verso i meno dotati. In nome di illustri pedagoghi come Lorenzo Milani, Maria Montessori, Gianni Rodari, dalle cui tesi educatrici si enucleano gli aspetti più comodi ed assonanti al disegno perseguito, la scuola ha cancellato la missione ed il ruolo di luogo di apprendimento e di educazione dei più giovani. Collaborano a questo disegno, purtroppo, anche i genitori che, coinvolti negli organismi democratici introdotti dalle varie riforme demagogiche, alzano alti argini in difesa dei cocchi di mamma e dei fragili bamboccioni.

Volendo usare un’allegoria iconica, per descrivere lo stato delle cose, potremmo dire che si sono abbassate le cattedre invece di alzare il livello dei banchi, ovvero dei saperi e delle nozioni minimali richieste agli studenti. Ai “maestri” non resta che adeguarsi a questa contestazione strisciante messa in atto dagli stessi genitori che poco si curano dell’istruzione dei propri figli se non per ottenere la loro promozione. L’ultima riforma, cosiddetta della “Buona Scuola”, che aveva timidamente introdotto criteri di valutazione e modalità di assegnazione delle cattedre secondo criteri oggettivi, è costata a Matteo Renzi la poltrona con la sconfitta del suo Referendum. E’ finita con un concorsone per 120 mila docenti, tra stabilizzazioni di precari ed assunzioni ex novo anche di coloro che erano stati bocciati al concorso medesimo, attraverso l’espediente del doppio binario di valutazione, ovvero i “respinti” si potevano avvalere, per salire in cattedra, dei punteggi di anzianità già maturati. Se questa è la scuola, l’ignoranza permea ovunque e tutti continuano a fingere di non sapere. Arriverà pure il giorno che da sotto una toga spunterà la coda di un asino, chiamato ad amministrare la giustizia italiana.