102021Giu
Un boudoir al Quirinale

Vero è che la lingua più parlata al mondo è lo spagnolo, ma quella inglese rimane sostanzialmente la più indispensabile (oltre che studiata) nei rapporti d’affari. Lontani i tempi del francese – idioma elegante ed eufonico, parlato dal tutto il corpo diplomatico – insegnato alle scuole medie ed alle superiori. Converrà, quindi, spiegare che per “boudoir” si possono intendere varie cose. La parola deriva dal francese “bouder” che significa, letteralmente, mettere il broncio. Nella accezione più comune, il termine, diffusosi nel corso del XVIII secolo, identifica il “salottino da signora”. Ora, l’accostamento di “boudoir” all’austera e rappresentativa dimora che va sotto il nome di palazzo del Quirinale, stona non poco, non avendo la casa del Presidente della Repubblica, per dimensione ed uso, alcun punto in comune con la classica “toilette per gentildonne”. Tuttavia l’accostamento è venuto maliziosamente spontaneo allorquando le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia dell’offerta di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi di una proposta federativa tra i partiti del centrodestra. Successivamente quella stessa particolare categoria di giornalisti detti “retroscenisti”, ha commentato la news corroborandola con particolari, veri o supposti che fossero: ovvero che la costituenda federazione avrebbbe avuto come corollario nientemeno che il sostegno alla candidatura del Cavaliere alla carica di Capo dello Stato. Immediatamente i “colonnelli” di quel che resta di Forza Italia, si sono espressi contro la fusione suggerita dal leader del Carroccio, forse un gioco delle parti, per dirla in altre parole, quello di Berlusconi. Di sicuro utilizzando il pallottoliere parlamentare, la proposta non sembra poi del tutto campata in aria. Chiariamoci. I soliti bene informati suppongono, infatti, che le ambizioni “quirinaliste” del Cavaliere potrebbero trovare la loro realizzazione con l’aggiunta dei cinquanta voti dei parlamentari renziani più quelli dei vari “peones” sparsi nei gruppi misti di Camera e Senato. Si ha, tuttavia, la sensazione che non siano tanto i numeri il grande ostacolo in grado di sbarrare la strada che porta al più importante dei colli romani. Il vero ostacolo, infatti, è il latente dissidio tra i seguaci di Salvini e quelli della Meloni divisi da un argomento non marginale né trascurabile, vale a dire la presenza dei Leghisti al governo e di FdI all’opposizione. Politiche diverse, che si consumano ogni giorno e che certo contribuiscono a favorire i muri più che costruire ponti. Altro elemento ostativo è quel sistema elettorale che Leghisti e Forzisti hanno approvato insieme con M5S e Pd. Un sistema di tipo proporzionale che esalta le singole individualità politiche e che, di certo, non incentiva né corrobora le prospettive maggioritarie e quindi l’utilità di creare aggregazioni politiche utili a raggiungere il limite del premio di maggioranza. Terzo incomodo: la biografia del candidato.

Puntare sul Cavaliere significa, infatti, rinfocolare le vicende giudiziarie dello stesso, alimentando una velenosa campagna di discredito per la prima carica dello Stato che, a torto o ragione, sarebbe meglio lasciare fuori da contese asperrime. In sintesi, quella candidatura determinerebbe l’apoteosi per Travaglio & C., la brigata dei moralisti e dei giustizialisti in servizio permanente effettivo. Un collante scandalistico che finirebbe per aggregare il centrosinistra, tutte le frange del M5S e le varie forze parlamentari presenti alla spicciolata.

Insomma, riepilogando: mancano, al momento i presupposti per costruire un’intesa politica come quella caldeggiata dal segretario del Carroccio. Quanto a Berlusconi, egli paga non solo la scelleratezza di una passata condotta da satrapo, di scelte fatte in alcova più che sul proscenio della politica, ma anche l’eterno dissimulare che l’unico vero interesse sia identificabile nella miriade di “esigenze” che gli stavano a cuore. Queste ultime, legittime o meno che fossero, ne hanno orientato le scelte prima, durante e dopo la sua ascesa al potere. Eppure il patron di Mediaset ha già avuto un’altra chance per salire al Colle allorquando perse, per una manciata di voti, le elezioni politiche nel periodo in cui si doveva eleggere il Capo dello Stato . Le perse perché abbandonò cinicamente al loro destino ed alle grinfie dei magistrati politicizzati, gente capace di calamitare consensi come Claudio Scaiola e quel Nicola Cosentino ora restituito alla dignità ed all’onorabilità da due sentenze che lo hanno dichiarato estraneo a qualsivoglia collusione malavitosa. Uomini che avrebbero garantito i voti che mancarono allora per vincere le elezioni politiche e portarlo al Colle. Morale e coerenza politica a parte, Silvio non è certo adatto a fare il capo dello Stato. Non possiamo correre il rischio di aprire un “boudoir” al Quirinale.