162021Mag
Populismo alle vongole

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Eraclito ebbe a scrivere che “tutto scorre” e, di conseguenza, l’esistenza stessa possa essere considerata un continuo divenire, nel quale si procede, quasi sempre, per contrasto tra gli opposti. Se la politica è un attività dell’uomo, uno strumento per governare la complessità e la diversità della società umana, essa non può che piegarsi alle stesse medesime considerazioni. Quindi la lotta tra gli opposti è un elemento consustanziale all’agire politico, un’eterna competizione tra idee e propositi confliggenti: l’eterna alternativa. Il filosofo, però, ha un compito più facile rispetto al politico, figura quest’ultima vituperata, oggi, dalla mistificazione imperante. Il filosofo può immaginare di parlare ad un archetipo, ad un uomo immaginario, elaborare massime che pensa possano avere valore universale. Il politico non gode di questa possibilità: egli deve realizzare la civile ed ordinata convivenza tra i diversi interessi e le contrastanti opinioni. Tuttavia una sintesi tra filosofia e politica è necessaria in quanto senza la riflessione ed il retaggio logico filosofico non sarebbero sorte le idee che hanno poi caratterizzato la politica, modernizzato la società. Non a caso il punto più buio toccato dalla storia della umanità è arrivato nel Medio Evo, allorquando la decadenza della cultura, unita alla scomparsa del retaggio culturale dell’Impero Romano, impoverì l’Europa e di concerto tutte le attività umane. Umberto Eco nel romanzo “Il nome della Rosa”, ha magnificamente descritto quell’epoca nella quale i testi dei principali filosofi venivano messi all’indice e proibiti se le teorie ed i ragionamenti in essi contenuti potevano mettere in discussione la visione ed i dogmi del mondo religioso. I conventi divennero bastioni di fortezza della cultura in quanto custodi dei libri del passato e quindi l’unica filosofia divenne la scolastica. La filosofia a sfondo religioso e sostegno della fede diffusa dalle confraternite che gestivano quelle strutture. Quindi, riepilogando, quando languono la filosofia e la storia della conoscenza nella sua interezza, quando quest’ultima è circoscritta a pochi, l’intera società si arresta in ogni campo e la politica stessa si riduce al solo mercimonio del potere gestito nella vaghezza e nell’approssimazione delle regole e dei principii politici e sociali. Insomma, arretra tutta la società nel suo complesso ogni qualvolta si fermano la diffusione del sapere e la politica qualificata, quella, cioè, che coltiva valori e modelli di sviluppo socio economico.

Con queste premesse, senza voler dare eccessivo peso e valore alla storia politica contemporanea degli ultimi lustri, bisogna dire che potremmo trovare varie rassomiglianze tra l’età di mezzo ed il periodo contemporaneo, dal punto di vista culturale e politico. Spesso ci lasciamo fuorviare dallo sfavillio del progresso merceologico che sforna oggetti di genere voluttuario a getto continuo, nonché dal progresso tecnologico che ci aiuta a sopperire alle difficoltà senza una specifica capacità oppure cognizione di causa. Ma questi aspetti, oltre che fuorviarci, facendoci credere che siano vieppiù emancipati e progrediti rispetto ai tempi passati, ci distolgono dalla vera valutazione di quello che nel complesso siamo diventati come genere umano. L’Italia, in particolare, ha certamente avvertito la decadenza dei costumi e dei saperi sia nel filosofico che nel sociale e nel politico. Cancellate le teorie politiche, ammassate le idee, anche quelle contrastanti, nel vasto spazio che riserva loro il populismo ed il personalismo politico, ci facciamo governare da gente che neanche ha un progetto definito per il futuro da realizzare in nome del popolo amministrato. Se tre su quattro degli ultimi presidenti del Consiglio sono stati pescati fuori dal Parlamento e senza il viatico del consenso elettorale, lo dobbiamo al qualunquismo imperante che funge da ancella privilegiata del populismo.

In nome del popolo si sposano idee contrastanti, a secondo della convenienza di potere e degli interessi rappresentati, ben sapendo che la morte dell’acculturazione minima in senso generale, ha già predisposto il popolo medesimo a non avere gli strumenti cognitivi per contrastare il millantato credito della politica di basso conio. L’agonia del movimento dei farlocchi, quelli a cinque stelle, mistificatori della storia e della politica in Italia, della narrazione, tramite web e fake news, di un avvenire florido ed assistito per tutti anche senza lavoro, n’è testimone.

Un mondo sguaiato e di cartapesta, di millantatori si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Scompaiono, muti nel gorgo, Casaleggio, Grillo, Di Battista, Conte e con loro, presto, la rimanente parte dei populisti alle vongole. Non basterà, ma consideriamolo un buon inizio.