142021Mar
Arsenico e vecchie ricette

Tra poche ore Enrico Letta sarà eletto segretario del Pd. All’ex premier il compito (non facile) di dare una linea politica credibile ai dem i quali, tra vicissitudini, scissioni e capovolgimenti di fronte, si sono ritrovati a sostenere il neonato governo di Mario Draghi in comunione con i vecchi e nuovi nemici. I vecchi, rappresentati dal nemico storico Silvio Berlusconi, depositario di ogni male. L’uomo da combattere con tutti i mezzi: quelli leciti come il voto.

E quelli illeciti, mediante l’uso di quella parte di magistratura “sodale” del partito che il caso Palamara ha ampiamente dimostrato esistere. Ancora, tra i vecchi nemici ecco annoverato il movimento grillino, quei cinque stelle che per bocca di Gigino Di Maio, ministro per caso, giuravano di non aver nulla a che vedere con il partito di Bibbiano, quello dei bambini fraudolentemente sottratti ai genitori per darli in affido. Parimenti, coi nuovi nemici dichiarati, i dem governano oggi con la destra Leghista interpretata dal “truce” Matteo Salvini, antagonista giurato della politica di accoglienza ai migranti senza limite alcuno. Chi non ricorda gli attacchi del Pd all’allora ministro degli interni, ed alle sue leggi sulla legittima difesa, definite come un simbolo della svolta autoritaria nel Paese? Ecco quindi il retaggio che eredita il buon Enrico Letta fresco di ritorno dal volontario esilio francese, dopo essere stato “rasserenato” prima e ribaltato poi da Matteo Renzi (e dallo stesso Pd). Una confusione politica totale, quella che Letta è chiamato a fronteggiare, che ha cancellato non solo le asserzioni e le posizioni politiche nel nome delle quali il partito del Nazareno aveva stretto patti con il suo elettorato, ma anche la quasi trentennale lotta al Berlusconismo, inteso come perniciosa filosofia politica e di potere, in perenne conflitto d’interesse economico, nonché di basso profilo morale.

Letta non a caso ha preteso, per tutto il tempo che ha chiesto per decidere se accettare o meno la candidatura a segretario, di rifletterci sopra. Attendere le dichiarazioni d’appoggio di maggiorenti del Pd come Franceschini, Orlando, Guerini e Orfini, gente che ha assistito al ritiro politico dell’inadeguato Nicola Zingaretti, senza strapparsi le vesti di fronte al “gran rifiuto” dello scialbo governatore del Lazio. Personaggi cinici e politicamente scaltri – come si conviene a quei livelli – che tengono “in mano” il partito ed i gruppi parlamentari del Pd, dopo la diaspora renziana e che potrebbero anche aver accarezzato l’idea di utilizzare l’ex presidente del Consiglio per l’occorrenza e fino al prossimo Congresso. C’è da giurarci, infatti, che nella fase congressuale conteranno le tessere di iscritti e militanti anche se l’universo sociale di riferimento e la tipologia dei tesserati sono profondamente cambiati. Ormai ai margini del partito ed in estinzione, in questa fase, i post comunisti, quelli che hanno attraversato, adeguandosi di volta in volta (dopo la caduta del muro), la metamorfosi del Pci, passando dal Pds prima ai Ds poi e infine al Pd. In crescita coloro che si dichiarano liberal socialisti, assertori all’atto pratico delle politiche stataliste e del governo che utilizza la leva della spesa e del debito pubblico.

Fattivamente socialisti e dichiaratamente liberali, aggrappati alla concezione dello stato padre e padrone, depositario di monopoli e privo di ogni tipologia di concorrenza col privato che ne possa mettere a nudo sprechi ed inefficienze. Allora chi meglio di Letta, erede della politica che si richiama alla sinistra democristiana, interpretata col perbenismo e la moderazione di una faccia moderata pulita e credibile? È forse questa la chiave interpretativa, la mossa del cavallo della dirigenza dem, per provare a uscire dal pantano e dalla profonda crisi di identità nella quale si dibatte da tempo? Chissà. Certo è che se queste sono le premesse politiche, culturali ed ideologiche, non c’è da aspettarsi granché di nuovo dalle parti del Nazareno. La verità? E’ presto detto: tutto sta ad arrivare quieti ed uniti il più possibile alla data per il rinnovo della carica di presidente della Repubblica. Potrebbe essere quello lo snodo manifesto di un calcolo odierno: quello di eleggere Draghi al Quirinale, un cattolico di sinistra a Palazzo Chigi (per il fine legislatura) ed un ex comunista alla segreteria del Pd (o viceversa).

Insomma occorre un uomo dal passo felpato, esperto al punto tale da lasciare aperti tutti i giochi e tenere vive tutte le ambizioni. Infine sullo sfondo la possibilità di rendere ancora più evidente la natura moderata di una sinistra che si muove verso forme di programmi e di governo più in sintonia con la sfida globale e la politica europea. Qualunque sia l’ipotesi che prenderà corpo, vanno evitate furbizie e politica stantie. Insomma niente politica fatta solo di arsenico, ovvero rivincita verso Renzi, e vecchie ricette stataliste.