102021Mar
Le vaghe stelle dell’Orsa

E’ poi proprio vero che chi vive il tempo dell’età matura è destinato solamente alle rimembranze del proprio passato? O, al massimo, al desiderio di incartare le proprie esperienze ed i propri ricordi in un lascito scritto, illudendosi che qualcuno possa leggerlo in futuro? Nell’antichità il concetto di immortalità veniva perseguito attraverso la grandezza delle opere e delle gesta compiute in vita. Ogni uomo sopravviveva nel ricordo dei propri simili fino a quando viveva nella loro memoria. Dobbiamo a questo anelito lo stimolo a cimentarsi in grandi imprese per entrare di diritto nei libri di storia. Prima che fosse diffuso l’uso della scrittura fatti, gesta e vicende venivano tramandati attraverso la narrazione orale, che poi, diventava, mano a mano, mitologia e come tale straordinaria e degna di essere tramandata all’ammirazione dei posteri. Quanto ai fallimenti ed le défaillance, questi venivano sempre attribuiti al destino cinico e baro.

Ma veniamo ai nostri tempi. Viviamo in una società impostata sulla velocità spesso caotica e sbrigativa, mentre l’età avanzata è, al contrario, una sorta di inno alla lentezza riflessiva, nel mentre la cultura si è vista trasformare in un semplice meccanismo d’informazione “mordi e fuggi”. In questo contesto tutti sanno un qu al cosa ma dissertano, sui social, un po’ su tutto.

Viceversa le persone attempate che hanno realmente approfondito le questioni coltivano il sapere, come tutti coloro i quali non si fanno travolgere dai riti e dai totem dalla modernità. Non c’è stata civiltà, in passato, nella quale i cosiddetti anziani non fossero ascoltati, non fosse affidato a loro il compito di custodire tradizioni, valori fondanti, storia collettiva. Oggi non è più così. Eppure aumenta il numero di appartenenti alla terza ed alla quarta età. I progressi scientifici e sanitari, la qualità della vita, hanno allungato la sopravvivenza ben oltre le attese di un tempo. Se non fossimo in piena decadenza socio culturale, in un mondo meno globalizzato e massificato, che vive di luoghi comuni ed insegue la produttività materiale, assegneremmo ruoli importanti a coloro che portano nel proprio bagaglio esperienze irripetibili e rimedi adeguati ai problemi della quotidianità. Uomini e donne che messe in soffitta le passioni malsane e la competizione ad oltranza degli anni giovanili, possono ora sciogliere molti dei nodi che le cosiddette “nuove leve” neanche provano a districare. Anche in campo politico il “nuovismo” ha preso il sopravvento già da molto tempo, con aspettative semplicistiche ed apodittiche fondate su una fiducia a prescindere legata al mero dato anagrafico. Largo ai giovani, dunque, è il “refrain”. Facce nuove, mentalità moderna: espressioni vuote e prive di valore se non accompagnate da altre qualità. Il fallimento politico del Movimento Cinque Stelle nasce anche da questa distorta visuale di chiamare alla politica “forze fresche” prive, però, di arte e di parte, poco preparate ed esperte, alle quali sembrava bastasse il semplice bagaglio del buon senso e dell’onestà personale per governare il Paese. I fatti di questi anni, il frazionismo, le lotte intestine, i radicali cambiamenti di comportamento, la caccia alle poltrone che contano, ed agli agi che ne derivano, hanno fatto giustizia delle vecchie asserzioni. E cosa dire dell’altro movimento, quello delle cosiddette “Sardine”, che finalmente si scoprono essere null’altro che giovani aderenti alla sinistra, che ricompaiono puntualmente quando qualcosa non va, per rivendicare ruoli di primo piano ed alternativi? Tuttavia, sbaglia chi non coglie che il cambiamento dei ritmi di vita e l’allungamento della vita stessa, rimettono in gioco gente che ha ancora energia e freschezza intellettuale per dare alla collettività esperienze e saggezza. Attenzione: non si tratta di un rigurgito anagrafico, tantomeno di una volontà di non lasciare il testimone alle giovani generazioni, si tratta di rivendicare per i “non più giovani” un ruolo preciso. Si tratta di evitare la rassegnazione ad un ineluttabile destino: quello di sedere e vegetare nei giardinetti pubblici. E se proprio vogliamo metterla sul piano di quel che si vuole concedere agli attempati cittadini, nessuno si illuda che il miglioramento psicofisico e mentale anche in età avanzata, non debba essere viatico di una più lunga e proficua esistenza.

Gli antichi romani distinguevano tra la morte fisica e la morte civile. Nel primo caso si diceva che l’uomo non era più, nel secondo che l’uomo non era più tra gli uomini. Non è affatto scontato, né utile ed auspicabile, che la morte fisica debba essere preceduta da anni di morte civile. Nessuno pensa di imporre la gerontocrazia nell’epoca in cui le sonde sbarcano su Marte e la scienza scopre i segreti della vita biologica. È giusto, invece, pensare che occorra reclamare un ruolo sociale di inserimento ai non più giovani nei consessi decisionali. Una nuova cultura che superi l’idea di far coincidere la cessazione delle attività lavorative con la inutilità sociale. Insomma non viviamo solamente per le rimembranze nostalgiche del passato, degli amori consunti, delle passioni sopite. Delle vaghe stelle dell’Orsa che ce li ricordano.