272021Feb
L’italico “Stellone”

Tutto cominciò con il Trattato di Maastricht, oppure Trattato della Unione Europea, sottoscritto sulle rive del fiume Mosa nei cosiddetti Paesi Bassi nel febbraio del 1992, dai dodici paesi allora aderenti all’Unione Europea. Il luogo era evocativo anche storicamente. Lì, infatti, Martin Lutero ed in seguito Giovanni Calvino, fecero molti proseliti per la chiesa protestante. In quei luoghi allignò l’idea che la ricchezza non dovesse essere considerata lo sterco del Diavolo e che il benessere fosse da ritenersi una benedizione di Dio, premio dell’ingegnosità e della laboriosità.

Non più una religione che adorasse un Dio vendicativo con il suo inferno senza fine, il fuoco eterno ed i diavoli che lo attizzavano, quindi nessuna necessità di comprare le indulgenze delle bolle papali per salvarsi l’anima e finanziare la chiesa con la Simonia (la pratica di farsi pagare le indulgenze dai peccati e dischiudere le porte del paradiso). I Cristiani si sarebbero potuti liberare dal terrore di commettere peccati irreparabili e pertanto vivere in eterna penitenza ed indigenza. Fu questa nuova teologia che diede coraggio ed impulso ai commerci ed alla ricerca di una condizione spirituale e materiale più aperta al benessere personale e soprattutto ad nuova etica sociale che considerava il bene pubblico ed i vantaggi collettivi della comunità come fattori eguali al bene per salvare la propria anima. Quindi in qui luoghi nacquero floridi commerci e prosperarono comunità che venivano governate avendo presente la salvaguardia di un etica pubblica. Il prototipo dello Stato di diritto e delle prerogative sociali e politiche dei singoli cittadini. In quei luoghi, nel ventesimo secolo, fu stipulato, dai dodici stati contraenti, un trattato che conteneva sia regole etiche, ovvero comportamentali, che economiche come la moneta unica chiamata Euro. Gli interessi erano di vasta portata, potendosi sintetizzare grosso modo nella necessità di poter competere nell’era della globalizzazione con gli altri blocchi politici ed economici sia Americani che Asiatici, facendo perno intorno ad una moneta forte e stabile.

Erano passati oltre quaranta anni dal primo trattato comune europeo, il trattato di Roma sul carbone e l’acciaio, voluto da padri fondatori dell’Europa Unita (Alcide De Gasperi, il tedesco Konrad Adenauer ed il francese Robert Schuman). Un percorso lungo e faticoso quello per giungere a Maastricht, fatto di politiche nazionaliste, di egoismi corporativi e di una naturale diffidenza di poter perdere quote di sovranità nazionale. Un discorso quest’ultimo che ancora echeggia nella nostra politica nazionale, in vero su livelli molto bassi, di mera e generica rivendicazione populistica senza tener conto dei benefici che la stabilità monetaria, quella di una moneta forte, ha concesso agli Stati membri negli anni. Ma quel che più doveva incidere nella politica di casa nostra, dopo il Trattato dell’Unione Europea, era il radicale cambio di mentalità gestionale dello Stato, un argine ed un vincolo alle politiche di Governo impostate sull’uso della leva della spesa pubblica, ovvero della spesa a debito statale crescente. Cominciò col governo Ciampi ed è durata oltre un quarto di secolo, il controllo delle spese, del rapporto tra il prodotto interno lordo (PIL) e debito, del pareggio di bilancio inserito anche come obbligo costituzionale, l’adeguamento del regime fiscale al disavanzo di spesa (fiscal compact).

Una politica che dovette abbandonare vezzi e vizi, limitando l’italica abitudine ad elargire benefici ai clienti ed elettori sotto l’aulica voce della giustizia sociale. Venne il tempo della austerità, lacrime e sangue con tagli alla spesa, svuotamento delle segreterie politiche dai potenti in cerca di favori, rivalutazione delle regole di etica pubblica in economia.

Qualcuno lamentò una macelleria sociale, ma alla fine una nuova mentalità di Governo si impose. Ci siamo mortificati e strappate le vesti, redarguiti dagli altri partner europei, per la mole di debito statale accumulata, per il fiume di danaro sperperato. Tuttavia, in questi giorni alcuni eminenti economisti americani lanciano l’allarme su di una nuova ondata di crisi economica, originata, stavolta, dalla inflazione. Le banche pare scoppino di eccedenze monetarie, frutto della politica dei risparmi sul versante della spesa pubblica, del contenimento dei bilanci statali, della mole di titoli cartacei commerciati senza alcun presupposto reale, con il rischio di poter innescare una nuova crisi mondiale da inflazione. Il denaro che esorbita, condizione che si estende velocemente su tutti i mercati finanziari. Una catastrofe, insomma, come quella che sconvolse la Repubblica di Webinar in Germania. Come ci accade sovente nella tragedia troviamo rimedio.

Per l’Italia si inflazionerà e svaluterà anche il nostro debito pubblico, senza colpo ferire. C’è il rischio che la nostra avventatezza nello spendere a debito si trasformi, con l’inflazione, in un evento anche salutare. Insomma, può essere frutto fecondo del solito “Italico Stellone”.