212021Feb
La moglie di Cesare

Sono tra coloro a poter vantare una costante opera di denuncia politica, in sede parlamentare, delle disarmonie che gravano sul sistema giudiziario italiano. Sono un fautore del giusto processo, della separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, di un giudice terzo innanzi all’accusa ed alla difesa. Più volte ho sollecitato provvedimenti legislativi che provvedessero a tipizzare, definire, l’impalpabile reato di concorso esterno in associazione mafiosa, reato peraltro non previsto dal codice di procedura penale. Ho denunciato uso ed abuso dei pentiti da parte di pm che, essendo parte in causa, non avrebbero dovuto avere, nella loro disponibilità, collaboratori di giustizia ai quali poter promettere ed elargire ogni sorta di beneficio. Senza alcuna preventiva verifica dei fatti narrati dai pentiti (da questi appresi molte volte per sentito dire), si sono costruiti processi indiziari, privi di riscontri fattuali, che hanno tenuto per anni in carcere preventivo gli indiziati. Cittadini comunque esposti alla gogna mediatica, costretti a scontare pene lunghe, senza poter mai essere messi a confronto con gli “accusatori di mestiere”. E’ capitato così che processi spesso costruiti senza reali e preventivi riscontri, finissero più per essere prescritti che nell’approdare nelle aula dei tribunali. Una piaga, insomma, quella della giustizia in Italia, che distrugge la vita di tanti poveri malcapitati. Certo è storia già risaputa quella del potere assoluto ed irresponsabile di taluni magistrati: una stortura che continua a rinnovarsi in tutte le epoche politiche, trovando, ultimamente, col caso Palamara, ulteriori elementi di discredito e sfiducia presso l’opinione pubblica. Una lunga premessa, la mia, per dire che un avviso di garanzia, oppure l’apertura di un’indagine, non presuppone automaticamente anche la fondatezza delle accuse.

Ricordiamolo: non sono state poche le indagini finite in fumo sopratutto se annunciate con grande clamore dai soliti giornali “vicini” alle procure. Fuor di metafora: il principio della presunzione d’innocenza, che spesso ha vacillato presso alcuni partiti politici e nelle correnti politicizzare più oltranziste della magistratura, resta uno dei pochi elementi da difendere con forza ed in favore del sospettato. Un assunto di civiltà giuridica che si accompagna (e conferisce sostanza) ai diritti civili ed alle libertà di cui godiamo. Tuttavia, in queste ore, destano scalpore due eventi che interessano, uno il mondo della magistratura nazionale, l’altro quello della politica regionale. Il primo, passato sotto silenzio, quasi ignorato dai giornali italiani a maggior tiratura, è la destituzione del procuratore della repubblica di Roma, Michele Prestipino, e la sua sostituzione con tanto di sentenza del Tar Lazio. Una riprova che i traffici di Palamara con i magistrati rispondevano a logiche politiche e non meritocratiche. La seconda è l’inchiesta della Procura di Napoli su alcuni personaggi ritenuti “vicini” al governatore De Luca: funzionari e soprattutto il consigliere sulla sanità Enrico Coscioni, il capo dell’Unità di crisi Italo Giulivo, il consigliere Luca Cascone, il presidente della So.re.sa (Società regionale per la sanità) Corrado Cuccurullo, il direttore dell’Istituto Zooprofilattico Antonio Limone, il direttore generale della Asl Na1 Ciro Verdoliva. Su Limone, di recente, si era aperta un’altra indagine, legata al Covid, nella quale si ventilava l’ipotesi che un gran numero di tamponi molecolari fosse stato affidato, senza gara, ad un noto centro di analisi cliniche.

Non è la prima volta che uomini dello stretto entourage del governatore finiscono sotto inchiesta. Cosa, tra l’altro, capitata anche allo stesso ex sindaco di Salerno la cui verve e vis polemica non è mai venuta meno anche di fronte agli intoppi giudiziari. Imperturbabile, d’altronde, De Luca è rimasto anche quando nella rete dei magistrati è finito Nello Masturzi, l’uomo macchina per la composizione delle sue liste elettorali e tuttora capo della sua segreteria. Non ha mai battuto ciglio il governatore, neanche quando è stata aperta un’indagine sul suo vice e su altri funzionari del suo “inner circuit”. Eppure con ironica facondia, l’inquilino di Palazzo Santa Lucia ha elaborato inni moralistici contro la “politica politicante”, quella delle clientele elettorali, sbandierando l’assoluta trasparenza della sua amministrazione, ricordiamolo, riconfermata plebiscitariamente nelle urne. Ma i voti sanciscono chi debba governare, non attribuiscono patenti di moralità superiore: la carica, insomma, non santifica chi la ricopre. Per essere onesti fino in fondo occorre, a volte liberarsi, dei personaggi chiacchierati se non implicati in vicende poco edificanti.

Come per la moglie di Caio Giulio Cesare non basta essere onesti, bisogna anche sembrarlo!!