82021Feb
Draghi come Milazzo?

Tutti quelli che non hanno passione per la storia sono condannati a vivere in una sorta di “eterno presente”. Gli italiani, spesso ignari dei fatti del loro passato, sono da considerarsi un popolo di contemporanei. Un limite che si accentua ancora di più soprattutto quando la storia sconosciuta è quella “politica”, in un’epoca in cui, scomparsi i partiti, nessuno impara né ricorda più niente. Occorrerà, quindi, richiamare nel prologo di questo fondo, una storia che risale alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Si tratta di uno specifico episodio verificatosi tra i banchi dell’Assemblea Regionale della Sicilia. Erano quelli i tempi dello scontro ideologico, aspro e frontale, tra Democristiani e Social Comunisti e tra questi ultimi ed i Missini. Per circostanze eccezionali, avvenne che al posto del candidato designato dalla Dc fu eletto, alla presidenza della regione isolana, un transfuga democristiano: l’on. Silvio Milazzo, coi voti determinanti della sinistra socialcomunista e della destra missina. Un patto trasversale ed inimmaginabile a quei tempi, intercorso tra le più acerrime ed opposte fazioni politiche, per mettere fuori gioco i partiti di centro ed in particolare modo lo scudocrociato, guidato allora da Amintore Fanfani, segretario nazionale del partito di piazza del Gesù e presidente del Consiglio dei Ministri. Quell’episodio fu battezzato “Operazione Milazziana” espressione rimasta nel gergo politico come un titolo spregiativo: il frutto di un deprecabile trasformismo. Orbene ritornando ai nostri giorni ed alle travagliate vicende per la formazione del nuovo governo, potremmo trovarci nelle innanzi descritte circostanze. Mario Draghi, infatti, ha totalizzato finora un largo sostegno per varare un esecutivo con un’ampia maggioranza parlamentare, tanto ampia da escludere un solo partito: quello di Giorgia Meloni. Innanzi a Draghi, dalla Lega di Salvini ai Centristi e Forza Italia, dal M5S alla Sinistra di Renzi fino al Pd, si sono, come d’incanto, azzerate tutte le rivendicazioni identitarie. Più di uno dei leader di partito non ha posto ostacoli oppure vincoli programmatici all’ex presidente della Bce, rimangiandosi in un solo boccone mesi di bizze e pretese. Primo tra tutti l’ex “rottamatore” di Rignano, quel Matteo Renzi che per primo ha sollevato le questioni legate all’utilizzo dei miliardi di euro del Recovery Fund, provocando la crisi del Conte bis.

Un altro Matteo, Salvini, segretario del Carroccio, partecipe ed artefice del primo governo gialloverde, poi tenace oppositore di quello giallorosso, si è reso disponibile senza pretese per appoggiare Mario Draghi. Non vale neanche la pena richiamare le mutevoli posizioni via via assunte dai pentastellati in questa legislatura, da rivoluzionari a difensori ad oltranza delle poltrone governative. Lo stesso Pd, imbarazzato dall’imprevista disponibilità della Lega, si è dichiarato disponibile a governare col professore, limitandosi a sussurrare di volere un “governo a vocazione europea”. L’unica voce di chiaro dissenso all’ammucchiata, oltre a quella dei meloniani di Fratelli d’Italia, è venuta da Leu che si è dichiarato alternativo alla Lega. Insomma, non sono mancate le premesse per dei colpi di scena nei prossimi giorni, soprattutto quando Draghi dovrà scegliere tra governo di stampo politico, con i limiti delle possibili insorgenti idiosincrasie, e quello di stampo tecnico, meno affidabile sul piano parlamentare. Una “voce dal sen fuggita” ad un beninformato, indica la probabile soluzione di un governo con posizioni occupate da tecnici e posizioni concesse ai politici. Se questa sarà la soluzione che renderà conciliabili talune volontà, al di là delle dichiarazioni di facciata di queste ore, il governo approderà alle Camere con un margine di consenso sufficiente per fare il suo lavoro. Tuttavia, al di là della soluzione governativa praticabile restano tutte le incognite sulla natura “Milazziana” dell’operazione che porterà l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi. Dopo settant’anni la politica italiana torna ad essere sbandata e delegittimata e come tale in preda al pericolo del trasformismo, malattia originata dal qualunquismo e quindi dallo scadimento culturale della politica. L’operazione Milazzo ebbe qualche anno di vita in Sicilia, non di più, perché i partiti di allora si rimisero nel solco ideologico che era loro più congeniale. Un mossa di quello stampo, fatta oggi ad un livello più alto, potrebbe durare di più e fare molti danni.

Mancano infatti gli orientamenti politico-culturali di quel tempo, perché le cose possano tornare presto nel loro alveo fisiologico. Potremmo, allora, essere governati alla rinfusa, da un altro presidente del Consiglio dei ministri non eletto. Il voto ancora una volta si rivelerebbe, così, solo un ludo cartaceo, non un bene per la libertà e la sovranità popolare.