42021Feb
Rari Nantes

La crisi continua. Il fallimento del mandato esplorativo, affidato, dal Capo dello Stato, al presidente della Camera Roberto Fico, è ormai una sconsolante realtà. Non si tratta certo di una novità inattesa: il fallimento era nell’ordine delle cose fin da quando il gruppo del M5S si è chiuso a riccio attorno al nome di Giuseppe Conte ed i partiti della sinistra si sono supinamente allineati al diktat pentastellato. Come avevamo già previsto da queste stesse colonne, dei problemi essenziali e della ricerca di una sintesi operativa sul programma di riforme da porre alla base della spesa dei miliardi di euro del Recovery Fund, si è discusso poco o niente.

Con buona pace delle ripetute dichiarazioni dei principali protagonisti di questa crisi, tutte improntate alla preoccupazione ed all’urgenza di ripristinare un governance efficace ai tempi del Covid. Tuttavia le idiosincrasie hanno avuto la meglio sulle preoccupazioni e ciascuno dei contendenti non ha mollato di un centimetro le iniziali posizioni di intransigenza. Accantonato questo tentativo, la strada da percorrere è arrivata ad un bivio: insistere sul terzo mandato a Giuseppe Conte col sostegno dei “saltafossi” arruolati al Senato, laddove si raggiunga la sufficienza numerica a Palazzo Madama. Oppure rassegnarsi a cambiare cavallo e puntare su un nome di alto spessore. Insomma: o un governo giallorosso con Renzi che rientra nei ranghi, oppure un governo tecnico di larghe intese che prepari il Recovery Plan, il programma di riforme del sistema Italia. Il ripetuto appello ai riformisti di ogni provenienza e colore, per avviare l’ammodernamento dello Stato, la riduzione del potere burocratico, il ridimensionamento dello Statalismo pauperistico e dissipatore del pubblico danaro, sono ancora da ribadire con forza e determinazione. Parliamoci chiaro: si para all’orizzonte un’opportunità storica, seppure in un momento drammatico per la Nazione, quello di avere a disposizione le risorse economiche per cambiare realmente quello che da anni non funziona. Si tratta, peraltro, di disegnare anche un nuovo “welfare state” che assista e protegga gli sfavoriti e che porti avanti quelli che sono rimasti indietro, non quelli che confidano nel parassitismo e nel clientelismo alimentato dallo statalismo pauperistico. Occorre provvedere anche all’aggiornamento dei diritti di cittadinanza, alla concezione di un diverso rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini, con questi ultimi non più sudditi dello Stato ma portatori di diritti indisponibili a qualunque autorità ed incoercibili da qualunque potere costituito. Ancora: Bisogna riformare la scuola introducendo criteri di valutazione del merito per docenti e discenti, pagare gli insegnanti scegliendo la qualità e non la quantità per una scuola incardinata intorno alla missione dell’istruzione e non a quella pseudo sociale dell’accoglienza. Occorre, inoltre, lavorare per creare un sistema sanitario a vocazione pubblica, ovvero accessibile e gratuito per tutti, ma che non sia monopolio, a prescindere, della gestione statale.

E ben venga la competizione tra sanità pubblica a gestione statale e quella a gestione privata con il malato al centro del sistema. Urgono, inoltre, la riforma ed il miglioramento del sistema giudiziario, del giusto processo, del giudice terzo tra accusa e difesa, della separazione della carriera tra inquirenti e giudicanti, della limitazione dell’abominio della carcerazione preventiva, della tipizzazione del pseudo reato di concorso esterno in associazione malavitosa. Insomma, di carne da mettere a cuocere nel pentolone della buona politica ce n’è molta e bisogna evitare che a gestirla siano i soliti apprendisti stregoni. Ecco perché l’ipotesi di una leadership tecnica, accompagnata da una larga maggioranza parlamentare, rappresenta l’opzione di maggiore garanzia per il popolo italiano. In questo clima arruffato ed aggrovigliato dai personalismi e dalle ambizioni senza freni, si farebbe spazio un’idea riformista della politica facendo sorgere, intorno alla concretezza delle scelte, anche nuove aggregazioni. E perché no, una legge elettorale maggioritaria che spezzi il potere di ricatto e di baratto post elettorale di capi e capetti.

Certo non il solito partito del presidente del consiglio che sfrutti il potere e l’audience televisiva di cui ha goduto, l’ennesimo partito personale pronto a sciogliersi col declino politico gestionale del suo fondatore. Bisogna parlare d’altro: di aggregazioni su di una comune visione di programma per le future generazioni, proprio quelle che nel 2056 saranno chiamate a restituire il debito che oggi contraiamo con l’Europa. Facile a dirsi difficilissimo a farsi fin quando il potere potrà contare su quella specie di Andreottismo delle coscienze degli italiani. Occorrono voci forti e numerose e non “Rari Nantes”, nel vasto mare.