32021Feb
Riformisti cercasi

Sarebbe veramente interessante poter promuovere, in queste ore, un vasto sondaggio di opinione per appurare quanti siano, tra gli Italiani, coloro i quali hanno compreso realmente i termini del confronto (e dello scontro) tra gli ex partiti di maggioranza del governo giallorosso. Appurare, cioè, se la gente abbia o meno la percezione che la posta in gioco è costituita dalle modalità d’impiego dei 220 miliardi di euro previsti dal piano di aiuti Ue denominato “Recovery Fund”. Una quantità di denaro che dovremmo restituire in un trentennio a Bruxelles. Insomma, al di là della caccia al “voltagabbana” di turno in Senato per raggiungere la sufficienza numerica nell’aula di Palazzo Madama, c’è un’altra partita che si sta giocando, in questi giorni, e che non ha nulla a che vedere con lo squallore della pratica di compravendita dei parlamentari.

La partita è quella di elaborare un programma serio, di vasta portata, che possa dar vita ad un radicale cambio di passo per lo Stato italiano con i fondi del Recovery. Quando il premier Conte, che poco aveva compreso all’inizio di questa vicenda, ha presentato un primo succinto e generico documento per l’impiego di quella montagna di soldi, l’economista Giovanni Tria, già ministro dell’Economia, si è espresso lapidariamente: “Siamo su scherzi a parte”.

Un’espressione icastica, la sua, per rendere palpabile il fatto che Conte e chi lo sosteneva, avevano capito ben poco di quanto gli si parava loro davanti. L’erronea percezione era quella che stava per arrivare un fiume di soldi da poter, in gran parte, utilizzare per alimentare le greppie dell’assistenzialismo, dei sussidi a pioggia, del clientelismo travestito con l’ossimoro della giustizia sociale. Nulla di più sbagliato. Furono pochi, all’epoca, coloro i quali compresero che quel denaro veniva sì elargito dai partner europei ma solo sulla base di un convincente programma di riforme della struttura economica e sociale dello Stato. C’era, invece, nel governo, chi si era illuso che quei miliardi potessero servire come un nuovo “Piano Marshall”, identico a quello che nel dopoguerra consentì all’Italia prima di sfamarsi e poi di ricostruirsi. Chiariamo. Non ho simpatie eccessive per Matteo Renzi, del quale ho potuto, personalmente, valutare l’inaffidabilità politica e la visione limitata degli eventi legati al proprio tornaconto, ma si deve ammettere che l’ex “rottamatore” ci aveva visto bene e per primo, focalizzando l’inadeguatezza e l’approssimazione con la quale Conte ed i partiti che lo sostenevano, avevano approcciato l’evento. Non sono stati pochi quelli che hanno alzato “colonne di fumo” per minimizzare questo aspetto essenziale della questione politica, attribuendo al leader di Iv solo tattiche destabilizzanti e l’incoscienza di aprire una crisi in un periodo epidemico. I fatti però sono opinioni testarde e, a mano a mano che la crisi governativa si complica, i termini del problema appaiono sempre più chiari. Lo scontro è tra riformisti e conservatori, tra chi ben comprende che senza riforme i fondi del Recovery saranno buttati al vento da quanti non hanno né un’idea della modernizzazione dello Stato né dell’efficientemento delle strutture burocratiche ed economiche della Nazione. Tuttavia la vicenda si è ingarbugliata ulteriormente a causa dei ruoli impropri recitati da taluni partiti di centrosinistra, anch’essi protagonisti della crisi.

Che la cecità politica pervada il M5S è nell’ordine naturale delle cose: su quel versante sono solo chiacchiere e distintivo, orecchianti senza arte e senza parte, che aspirano ad elargire sussidi per procacciarsi residuali consensi. Quello che lascia perplessi, semmai, è invece la posizione assunta dai partiti di sinistra (Pd e Leu), che hanno sorretto il Conte bis. Sentire l’insipiente Zingaretti dichiarare che il “Nazareno” è per il proporzionale puro significa cambiare la storia di questo partito nell’ultimo quarto di secolo, insieme alla vocazione maggioritaria dei Dem esposta, a suo tempo, da Walter Veltroni al Lingotto. Ascoltare poi gli esponenti di Leu dire che la crisi è un’avventura, perché votare, ridare la parola al popolo sovrano, costituirebbe un “accidente al tempo dei Covid”, è una forma di conservatorismo reazionario. Sembra quasi che questi partiti siano rimasti aggrappati al mantenimento del potere che viene preferito perché consentirebbe di sbarrare la strada ad un centrodestra parimenti reazionario. Insomma la vera tragedia non è solo quella di trovarsi un Fico oppure un Di Maio ai vertici del Governo quanto lo scadimento di valori e posizioni che accantonano il riformismo e la volontà di cambiare davvero le cose. Se rimane Renzi il solo paladino delle riforme, non c’è da stare allegri dentro e fuori il Parlamento.