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L’eterna tentazione

Sono passati quasi trent’anni da quel 26 luglio del 1993 quando Fermo “Mino” Martinazzoli, ultimo segretario politico della DC, decise di sciogliere il partito che aveva governato l’Italia dal dopoguerra. Gran galantuomo e di solida cultura politica, Martinazzoli non era però riuscito a proteggere la storia, i valori ed i meriti del partito che fu di Alcide De Gasperi, dagli attacchi della magistratura oltranzista, politicizzata e strabica della procura di Milano. La politica si era spogliata delle sue guarentigie costituzionali offrendosi, in tal modo, alle scorrerie dell’unico potere che era rimasto irresponsabile ed insindacabile: l’ordine giudiziario. Il vento dell’anti-politica cominciava, allora, a prevalere sfuggendo al controllo degli stessi che pure lo avevano creato, finendo per dare sostegno e legittimazione anche a forme di barbarie giuridica come l’uso sistematico della carcerazione preventiva, per estorcere confessioni. Il fenomeno “Mani Pulite” esorbitò dalle aule giudiziarie diventando, purtroppo, anche un’arma politica capace di travolgere i tradizionali partiti di governo, ignorando quelli di opposizione che pure erano, a vario titolo, ben dentro il sistema dei finanziamenti illeciti. Insomma, fu, quella, una rivoluzione copernicana realizzata non per via democratica (elettorale) ma attraverso gli arresti e gli avvisi di garanzia. Tuttavia delle centinaia di imputati, oltre i due terzi finirono assolti, altri morirono suicidi, schiacciati dal peso della gogna popolare aizzata dai soliti “manettari” di turno. Dallo scioglimento della DC nacquero due distinte formazioni politiche che si richiamavano a quella eredità ed alla tradizione dello scudocrociato. Uno, il Centro Democratico Cristiano, si collocò a destra nel Polo del Buongoverno, l’altro, il Partito Popolare, si unì alle schiere del leader referendario Mariotto Segni, costituendo una forza centrista alternativa tanto a Berlusconi quanto alla coalizione di Sinistra, la gioiosa “macchina da guerra” guidata da Achille Occhetto.

Il partito centrista totalizzò circa il 20 per cento dei voti ma non raccolse che uno sparuto gruppo di deputati e senatori in gran parte ottenuti con la quota proporzionale. Martinazzoli e Segni, entrambi convinti fautori del sistema elettorale maggioritario, non avevano compreso, fino in fondo, la logica ferrea delle alleanze attraverso le quali si vinceva nei collegi uninominali. Insomma: la battaglia identitaria non pagò, perché non lo consentiva la logica maggioritaria.

Buona parte di quel raggruppamento centrista era composto dai Cattolici democratici, la corrente della sinistra democristiana, eredi di Giuseppe Dossetti e del cosiddetto “catto-comunismo”. Cominciò in quel modo la diaspora democristiana, l’atomizzazione dell’eredità politica, la subalternità e la marginalità degli eredi della “balena bianca” sparpagliati in due coalizioni: centrodestra e centrosinistra. Da quel tempo i tentativi di ricostruire la DC si sono susseguiti con sempre maggiore velleità, soprattutto tra coloro i quali si contendevano lo storico simbolo dello scudo crociato. Tentativi vani e penosi sotto il profilo della percentuale di voti raccolti, che hanno continuato a depauperare e banalizzare una tradizione ed un retaggio di valori inestimabili. Separate le due anime, quella dei cattolici popolari – liberali, eredi di don Luigi Sturzo, e quella, dei catto-comunista Dossettiani, nessuno ha più potuto e saputo rimettere assieme i cocci di quel partito di Cattolici. Aleatorie si sono rivelate anche le stagioni dei movimenti filo centristi ideati dagli ex presidenti del Consiglio Lamberto Dini (Rinnovamento Italiano) e Mario Monti (Scelta Civica). Entrambe le loro esperienze, infatti, si sono sì richiamate alla liberal democrazia, ma non hanno mai saputo incidere veramente sulle scelte di sistema, economico ed istituzionale. Insomma, il richiamo al liberalismo economico ed a quello riformatore dello Stato, si sono rivelati solo chiacchierologia senza costrutto, espediente per ottenere un piccolo manipolo di parlamentari sfruttando l’esercizio del potere che si era gestito a Palazzo Chigi. In Italia la Storia non è mai stata maestra di vita e quindi nessuno ha fatto tesoro dell’esempio giunto dal passato. Ecco, dunque, che ancora oggi, dopo la canea inscenata al Senato, col governo giallorosso senza maggioranza, il sistema parlamentare ha toccato il punto più basso del trasformismo. Finanche da ambienti del Pd è stato lanciato l’appello a formare una “quarta gamba” liberale in grado di sostenere il Conte bis, ma non è dato sapere di cosa si tratti. Forse siamo al cospetto dell’eterna tentazione del partito centrista per rattoppare la situazione, che non ha niente a che vedere con il liberalismo riformista che pure servirebbe ad una Nazione in braghe di tela.