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La riffa

Il governo Conte non ha la maggioranza al Senato. Un dato eloquente se si considera che a palazzo Madama le astensioni sono intese, per regolamento, come voto contrario, onde per cui ai 140 “no” devono intendersi aggiunti anche i 16 astenuti per un totale di 156 voti contrari.

Tanti quanto ne ha totalizzati (a favore) il premier: 156 appunto. Una cifra a cui vanno computati anche i voti espressi da due senatori di Forza Italia uno dei quali, Maria Rosaria Rossi, storica stretta collaboratrice del Cavaliere e componente di quel “cerchio magico” di cui faceva parte anche Francesca Pascale, ex fidanzata ufficiale di Berlusconi. Insomma: la nemesi è stata beffarda con il Pd ed i grillini, che del leader di Fi e del suo “entourage” hanno sempre detto peste e corna. Quindi colei che fu definita la “badante” di Silvio finisce col diventare quella di Giuseppe Conte. Ma torniamo ai numeri. Altri due sì, la maggioranza giallorossa li ha acquisiti a tempo scaduto (Ciampolillo e Nencini) mentre tre sono stati quelli dei senatori a vita che in genere non garantiscono una costante presenza in Aula. Insomma, volendo riepilogare: ci troviamo al cospetto di un’armata raccogliticcia, non sufficiente a governare, nel momento in cui uno solo di quelli che hanno “promosso” Conte dovesse mancare tra le file della maggioranza e le 16 astensioni dovessero trasformarsi, come appare certo, in voti contrari. Insomma è’ fallita sia l’operazione di fare una nuova maggioranza sia quella di mettere nell’angolo Matteo Renzi.

Ci sarà da vedere se e quanto il Pd si farà trascinare ulteriormente in questa avventura senza sbocchi politici e con un governo senza i numeri per gestire il Recovery Fund e la montagna di soldi che lo accompagna. Transfughi a parte, il partito del Nazareno ha un’immagine ed una storia che merita rispetto ed una prospettiva elettorale che non è quella in costante declino dell’alleato pentastellato. Se i dem dovessero imbarcarsi in questa avventura, potrebbero anche rivalutare la posizione (e le sorti elettorali) di Renzi e del suo partito. In ogni caso, con questa sostanziale parità di numeri, occorrerà guardare anche al Colle ed alle decisioni che Sergio Mattarella eventualmente assumerà prima che scatti il semestre bianco, ovvero il periodo nel quale non è più possibile cambiare il governo, dovendosi scegliere il nuovo Capo dello Stato.

E’ ipotizzabile allora che Conte debba farsi da parte per poter recuperare i voti di Renzi al Senato e con esso la sufficienza numerica per andare avanti. Innanzi a questa ultima ipotesi la parola passerebbe al M5S che, verosimilmente, dovrebbe confermare la logica della difesa delle poltrone ministeriali. A questo punto non sarebbe difficile ipotizzare la fondazione del partito di Giuseppe Conte la cui consistenza, lontano da Palazzo Chigi, è tutta ancora da verificare. Sulla scacchiera politica attuale anche la Presidenza della Repubblica è oggetto di mire ed appetiti e potrebbe costituire la chiave di volta per assemblare una maggioranza che sia capace di salvare la legislatura. Gran confusione, insomma, sotto il cielo! Tuttavia, contrariamente alla logica ferrea dei numeri, le dichiarazioni di Conte sono apparse improntate ad un euforico ottimismo.

Il premier ha dichiarato alla stampa il proprio convincimento di poter rilanciare l’azione di governo, tanto da richiamare alla mente l’aforisma di Ennio Flaiano “l’insuccesso mi ha dato alla testa”. Questo, cari amici, il triste lascito di una legge elettorale, quella proporzionale, che ha generato solo frammentazione facendo sì che i partiti politici, dopo il voto, decidano come meglio gli pare, operando anche in contrasto con le posizioni assunte in campagna elettorale.

Il Parlamento è diventato un calderone nel quale ribolle l’identità di tanti raggruppamenti e “onorevoli” disposti a fare accordi di ogni di genere in barba al mandato elettorale! Questo aspetto è ancora sottaciuto e sottovalutato sia dai commentatori che dai leader politici, buona parte dei quali è corsa dietro la favola che occorresse un sistema proporzionale per evitare il premio di maggioranza e l’accorpamento che ne consegue tra le varie forze politiche.

La demagogia che a ciascuno dovesse toccare la porzione di rappresentanza parlamentare in ragione dei voti ottenuti, ha fatto scomparire il ricordo della stabilità garantita ai governi dal sistema maggioritario e l’alternanza a Palazzo Chigi che, nel corso degli anni, si era manifesta.

Stabilità ed alternanza che oggi sembrano lontani miraggi in un Parlamento ove si recita a soggetto e con colpi di scena degni della commedia dell’arte. Non sono da escludere, nei prossimi giorni, altre sorprese ed altri salti sul carro dell’esecutivo che dovrà dispensare qualche centinaio di incarichi di sottogoverno ben remunerati. Se c’è una riffa in parlamento certo ci sarà anche un montepremi.