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La Democrazia in America

E’ dai tempi del governo di Atene che gli uomini discutono intorno alla reale consistenza della Democrazia, se questa sia realmente il migliore dei sistemi per governare una nazione. Fin dagli albori dell’umanità, politici e filosofi si sono scontrati, con idee contrastanti, sulla tirannia della maggioranza, sul metodo attraverso il quale assumere le decisioni da prendere. Da Platone in poi, i detrattori del sistema democratico hanno equiparato la Democrazia al regime che predilige la “quantità” e non la “qualità”. Un sistema, cioè, nel quale si decide non sulle cose perché ritenute certamente migliori quanto su quelle maggiormente gradite ad un maggior numero di persone. Viceversa, i sostenitori della Democrazia sono soliti privilegiare la superiorità etica (prima che politica) del sistema, l’unica, a detta loro, in grado di rendere il popolo sovrano nelle decisioni e tutti i cittadini in grado di concorrere alla scelte. In verità preferisco la definizione che Karl Raimund Popper diede a proposito della tirannia della maggioranza: “la Democrazia è l’unico strumento che consente di cambiare il governo senza spargimento di sangue.

Non interessa sapere chi debba governare ma quali siano le garanzie per controllare chi comanda”. In effetti Popper, in quanto epistemologo (la scienza che ricerca la verità), sapeva bene che nello “stato di diritto” esistono le carte costituzionali che, nelle istituzioni, sono garanti anche delle minoranze. Fu questo portato costituzionale, figlio di una Democrazia diretta come quella sancita nella Costituzione Americana redatta a Filadelfia nel 1787, che incantò e convinse Alexis de Tocqueville. Il famoso patriota liberale francese che scrisse appunto “La Democrazia in America” illustrando i punti di forza di quel nascente sistema costruito intorno alle libertà ed ai diritti del cittadino. Una Costituzione, quella a “stelle e strisce”, composta di pochi articoli, che incartano solo i principi generali”. Tocqueville aveva visto ben altra cosa a Parigi con la rivoluzione dominata dai giacobini col terrore della ghigliottina. Il francese ebbe modo di comparare le sue diverse concezioni di democrazia, l’inferiorità della “libertà francese” che, per quanto sancita con i celebri motti di “uguaglianza e fratellanza”, era pur sempre una concessione dello stato al cittadino. Con la Carta di Filadelfia, invece, il cittadino aveva uno stato al proprio servizio, l’individuo ed il suo bagaglio di prerogative non era mai subalterno allo stato.

Viceversa, in Francia ero lo Stato sovra ordinato al cittadino al quale concedeva la libertà della quale esso stesso era custode e depositario. Da questa semplice ma profonda differente visione del ruolo dello stato e della Democrazia, ne è poi derivata la sostanziale differenza tra la Democrazia americana e quella delle Nazioni europee. Orbene, se questo è il lascito che fino ad oggi ha caratterizzato le due Democrazie non ci si deve meravigliare se negli Usa non abbia mai prosperato la pianta della dittatura e dell’autoritarismo che invece hanno flagellato, nei secoli scorsi, il Vecchio Continente. È sembrato quindi paradossale che durante le scalmanate manifestazioni popolari di piazza finite con l’attacco al Campidoglio, da più parti nel mondo siano giunti appelli a sostegno della Democrazia negli Usa. Certo ci sono stati eventi deplorevoli e violenti, ingiuriosi nei confronti delle Istituzioni di quel Paese, ma che ne sia stata addirittura messa in pericolo la Democrazia, appare veramente assurdo. Così come sono sembrati stucchevoli, per ipocrisia e malcelata partigianeria, i quotidiani appelli alla difesa di quella stessa Democrazia finita in mano ad un potenziale dittatore chiamato Donald Trump. Uno stereotipo accreditato da settimane dai telegiornali di casa nostra (Rai in particolare) e dai soliti difensori della libertà a senso unico. Certamente ci toccherà assistere alla beatificazione di Joe Biden da parte dei cosiddetti “progressisti” ed al dileggio di Trump, un (ri)candidato presidente che ha raccolto oltre 17 milioni di voti democraticamente espressi da cittadini. Un uomo, il “Tycoon”, che si è tentato di confondere come il capo dei manifestanti che hanno dato l’assalto al Campidoglio. Insomma: ci siamo ritrovati al cospetto di una colossale restaurazione e “normalizzazione” del “politicamente corretto” e della criminalizzazione, e conseguente incriminazione, di un presidente ancora in carica. Un uomo che non si è fatto omologare dai “salotti buoni” di Washington, non si è uniformato alle consuetudini ed ha affrontato a viso aperto il dragone Cinese e l’Orso Russo e posto fine alle guerre in medio oriente.

Certo non è stato il politico che più si può amare in Europa ove, senza ipocrisia, in politica neanche si riesce a respirare. Ma che possa essere alla mercé dei giudizi sommari dei tanti cortigiani regi coda italiani è la vera offesa per la Democrazia americana.