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Le colonne d’Ercole

Nell’antichità i greci ritenevano che esistesse un limite al mondo conosciuto oltre il quale regnava il caos. Un limite, geograficamente identificato con l’attuale Stretto di Gibilterra, oltre il quale non si poteva andare senza perdersi per sempre. Secondo la mitologia lo stesso Ercole si sarebbe astenuto dal varcare quella soglia che, da allora, prese il nome di “colonne d’Ercole”.

Nel senso metaforico quel termine viene da sempre utilizzato per rappresentare un limite invalicabile, un’ambizione irraggiungibile, una meta senza ritorno. Nei pressi di quelle colonne è ormai giunto il governo con a capo Giuseppe Conte, dopo un logorante percorso fatto di polemiche e di accuse tra Matteo Renzi (e la sua Iv) ed i tre partiti (Leu, Pd e M5S) che compongono l’attuale maggioranza parlamentare. Una discussione che è certo fatta anche di buone e fondate argomentazioni, che il senatore toscano ben evidenzia, ovvero la mancata discussione e condivisione del piano di aiuti da 220 miliardi di euro che Bruxelles ci presterà e che i nostri figli e nipoti dovranno restituire nel giro di una trentina di anni. Parimenti, l’ex “rottamatore” pone una delicata questione di incompatibilità di cariche da parte del presidente del Consiglio il quale vorrebbe gestire anche la delega ai Servizi segreti, ovvero accumulare nelle proprie mani un più vasto potere. Tuttavia, non credo siano molti gli italiani che accreditino il dissidio come un fatto costruito attorno alla questione politica, ad una divergenza sulla programmazione della spesa (ancorché si tratti di una montagna di danaro), oltre alla discussione di un mero principio intorno ad un evidente conflitto di interesse a carico del premier. È opinione diffusa che se il governo traballa questo sia dovuto, sotto sotto, anche ad altri calcoli e ad altre celate ambizioni. La mia sensazione è che, allorquando si tratti di ipotizzare le mosse politiche del leader di Italia Viva, occorra guardare più tra i rovi che al cielo stellato. In parole povere, che Renzi abbia più obiettivi pratici da realizzare nel medio termine che una visione strategica di lungo respiro. Uno di questi obiettivi potrebbe essere quello di spostarsi verso il centro dello schieramento politico nazionale, per costruire, con altri partner, un partito moderato. Un partito che invece di gravitare con percentuali irrisorie nella frastagliata galassia di centrosinistra e di un M5S ormai in via di dissoluzione, recuperi i voti dei tanti astenuti a cui non garbano la leadership di Salvini o della Meloni nel Centrodestra.

Un partito, insomma, che potrebbe assorbire Forza Italia ed il suo residuale (ma non marginale) serbatoio di consensi elettorali. In soldoni: Renzi potrebbe mirare a realizzare, con ritardo, quello che non si volle fare all’indomani del referendum costituzionale nel quale, pur sconfitto, raccolse comunque oltre il 40 per cento dei voti. In breve: un partito (allora lo chiamavamo “il partito della Nazione”) di riformisti e di liberali mossi dall’intento di ridisegnare ed ammodernare lo Stato. Non va sottovalutata, in questo contesto, anche la luna calante della Lega di Salvini ed il fallimento del suo obiettivo di diventare partito nazionale. Al Sud il “Truce” ha solo messo insieme consorterie elettorali, opportunisti e fuoriusciti da Forza Italia, spesso anche “impresentabili”. Sul versante del centrodestra, qualora il progetto di Renzi dovesse diventare realtà, non sarebbero pochi i ritorni di tanti elettori che si sono ritrovati, ob torto collo, nelle braccia del Carroccio a causa del cupio dissolvi dell’era berlusconiana.

Quale migliore occasione, allora, che quella di accompagnare la politica di spesa delle ingenti risorse del Recovery Fund con una nuova fase che chiuda l’era della falsa rivoluzione grillina?

La spesa di quella enorme quantità di danaro che serve ad ammodernare settori vitali dello Stato, a rilanciare gli investimenti e la produzione, non può, infatti, che essere attuata da un governo politicamente orientato ed omogeneo. Un esecutivo rinnovato ma, al tempo stesso, qualificato, che scelga ed operi sulla base della qualità e del consenso non della vuota novità attuale. Una gestione che si doti di un’idea chiara del modello socio economico sul quale basarsi, che tenga conto dei canoni riformismo e del liberalismo come guida nell’azione intrapresa. Insomma qualcosa che dia il senso di una sterzata, di un chiarezza di intenti che crei, dopo la depressione provocata dalla pandemia, un nuovo miracolo economico italiano.

Le colonne d’Ercole possono essere varcate. Ma non certo da avventurieri: occorrono uomini che non temono l’ignoto, che ben sanno che la politica può essere anche la misura del valore e della capacità umana.