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Il grande bluff

Una voragine si è spalancata all’improvviso nel parcheggio dell’ospedale del Mare, nella periferia est di Napoli, per fortuna senza provocare danni alle persone. E’ accaduto nell’area di una struttura che era stata concepita per diventare il fiore all’occhiello della vetusta e disastrata rete ospedaliera del capoluogo campano. Una struttura, quella realizzata a Ponticelli, pensata come nosocomio avveniristico per sopperire alla chiusura di alcuni vecchi presidi ubicati nel cuore della vecchia Partenope e realizzata con “appena” un ventennio di ritardo rispetto all’originario progetto. Pensate: i lavori per la sua realizzazione erano stati supervisionati finanche da un Commissario appositamente incaricato di controllarne la perfetta esecuzione. Eppure neanche questo è servito per evitare lungaggini, ritardi e cospicue perizie di variante con l’aumento dei costi preventivati. Insomma: un vero e proprio pozzo senza fondo che ha inghiottito centinaia di milioni di euro. Come se non bastasse, il monumentale complesso è stato edificato in piena “zona rossa” e su un terreno paludoso impregnato dalle falde acquifere provenienti da ben note ed antiche sorgenti. Molte, dunque, le polemiche sull’idoneità dell’ubicazione di questo colosso, tutte finite in cavalleria, affidate al calcolato oblìo dei politici e dei tecnici e purtroppo anche dei magistrati. Tuttavia non vi è mai stata opera pubblica che abbia ricevuto, come l’Ospedale del Mare, l’onore di essere inaugurato, in pompa magna, almeno tre volte dai presidenti delle giunte regionali che si sono succeduti nel corso dell’ultimo ventennio: Bassolino prima, Caldoro poi e infine De Luca. Insomma ogni governatore ha tentato di accostare il proprio nome alla realizzazione della struttura. Certo, balzare agli onori delle cronache per l’apertura di una voragine non era certo cosa da mettere in conto. Tuttavia è accaduto ed ecco dunque che un motivo di orgoglio si è tramutato, all’improvviso, in fonte d’imbarazzo innanzi alla opinione pubblica nazionale. Ora, se si sia trattato di un fatto imprevisto ed imprevedibile lo accetteranno i consulenti che verranno nominati per le perizie tecniche e forse, chissà, tra qualche lustro, quando cioè la faccenda non interesserà più a nessuno, si riuscirà anche ad individuare una qualche responsabile. La rete ospedaliera è inadeguata anche perché tutti i governatori, avvicendatisi nel corso degli anni, l’hanno lasciata praticamente intonsa, ovvero ampiamente pletorica ed inadeguata. Sono molti, infatti, gli ospedali territoriali scarsamente attrezzati, che erogano prestazioni di bassa complessità. Le stesse prestazioni erogate da nosocomi dislocati a pochi chilometri di distanza. Presidi non solo inutili ma finanche pericolosi per l’utenza che in quei plessi quasi sempre giace senza la possibilità di ottenere le cure più adeguate.

D’altronde in tanti ne hanno avuto contezza, in questo ultimo anno, allorquando, sotto la pressione creata dalle necessità legate alla pandemia da Covid 19, ne hanno constatato la mancanza di ricettività e la mancanza di personale idoneo. Non occorre essere esperti di dinamiche sanitarie per capire che la rete ospedaliera campana è sgangherata. Non credo ci sia più in giro qualcuno che possa affermare che la nostra sanità sia da considerarsi sufficiente ed efficiente, e che il conservatorismo di comodo di non ristrutturare la rete ospedaliera pubblica, tagliando ed accorpando ospedali, trasformandoli in centri di eccellenza, abbia dato buoni frutti. Certo ha dato la possibilità di sfruttare la politica delle clientele, i voti dei capibastone, delle consorterie sanitarie premiate per la vicinanza al governo regionale di turno. Non è servito, in verità, neanche il commissariamento che pure il governo ha decretato per ripianare ben 9 miliardi di euro di debito sanitario accumulati nell’era Bassolino, né la politica lacrime e sangue dei tagli lineari in bilancio. E non è bastata neanche l’eterna menzogna che sia la sanità privata accreditata a creare squilibri finanziati: basta il dato icastico che il privato accreditato fornisce il 50 per cento delle prestazioni richieste dall’utenza, assorbendo appena il 16 per cento del fondo sanitario regionale per smentire questo folle assunto. La verità? Se gli ospedali pubblici fossero retribuiti in base alle tariffe predeterminate per le case di cura private, chiuderebbero entro i primi sei mesi dell’anno per esaurimento di risorse economiche. Tuttavia in nome del servizio pubblico nessuno ha mai voluto tagliare gli sprechi e gli sperperi di una sanità incentrata intorno agli ospedali, dopo aver distrutto la sanità territoriale, ovvero curare la gente a casa propria.

Questa la triste realtà, uno stato di cose che non potrà essere sovvertito dalle intemerate televisive di Vincenzo De Luca. Le voragini alla fine mettono in luce anche i grandi bluff.