32021Gen
Foro boario

Saranno stati veramente pochi gli italiani che, nel corso di queste travagliate festività natalizie, si saranno appassionati alla querelle insorta nel governo sulle modalità di spesa dei fondi assegnati all’Italia dall’Europa per fronteggiare i danni provocati dal Covid-19. Oltre duecento miliardi di euro la cifra alla quale il governo deve trovare una destinazione di spesa: un evento storico dal momento che mai, in passato, ci furono tali ingenti disponibilità da gestire. Le strade da imboccare sono sostanzialmente due. La prima è quella della spesa parcellizzata ed indirizzata a sostenere determinate categorie ed ambiti sociali: un’operazione politico-clientelare su vasta scala che porterà i suoi frutti alle prossime elezioni. La seconda è quella di utilizzare questa cospicua quantità di risorse per avviare alcune riforme di sistema e, nel contempo, concludere le grandi opere infrastrutturali che da anni attendono di essere ultimate. Due diverse prospettive, una piuttosto miope, la prima, che si incanala nel solco della tradizione pauperistico assistenziale che ha connotato da sempre la politica nazionale; la seconda, con una visione più lunga e adeguata al reale fabbisogno di un Paese, il nostro, che da anni arretra nel consesso delle nazioni più progredite sotto il peso del mancato ammodernamento dello Stato.

In fondo quelli del Recovery Fund, sono soldi che mai avremmo potuto attingere alla già cospicua mole di debito pubblico e come tali da destinare ad opere di straordinaria dimensione. Tuttavia, come spesso accade in casa nostra, le vere ragioni del contendere sono mistificate agli occhi dell’opinione pubblica. Ecco allora che tutto si trasforma in simulacro della realtà. Il linguaggio paludato dal politichese muta il contenzioso sugli obiettivi e le modalità di spesa, in una lotta tra leader che minaccia la sopravvivenza del governo. Insomma: un “duello” tra Giuseppe Conte e Matteo Renzi fatto di ultimatum e di documenti politici dei quali la maggioranza degli elettori ignora i contenuti. Quello che dovrebbe essere un legittimo e forse auspicabile scontro tra due impostazioni diverse su come impiegare cospicue risorse economiche, diventa una “camarilla” tra addetti ai lavori. Da quel che si è capito finora, l’ex rottamatore contesta al capo dell’esecutivo l’idea che ad indirizzare la spesa del denaro sia un folto gruppi di tecnici designati dal governo ed etero-diretti da una cabina di regia politica. Renzi contesta altresì l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente del Consiglio, che deterrebbe anche la delega ai servizi segreti (cosa di particolare rilevanza in Italia per coprirsi le spalle da tranelli ed imboscate); nonché, ancora, altra contestazione renziana, l’estromissione del Parlamento dalle decisioni da assumere in materia di spesa. Conte alza muri di gomma sostenuto dal M5S, a sua volta incline ad ogni compromesso, e dal Pd nel quale il maggiore azionista è Dario Franceschini il quale, aspirando a ricoprire la carica di Capo dello Stato, ha tutto l’interesse a mantenere salda l’alleanza giallorossa. Uno scenario dal quale si evince che ci sono anche altre concomitanti partite da giocare in uno con quella della spesa dei fondi europei. Delle due l’una: o Matteo Renzi si accontenta di qualche ritocco ai piani di spesa del premier, oppure esce da una maggioranza nella quale non ha alcuna prospettive di crescita personale e politica. Un paradosso per l’ex segretario Dem che pure all’epoca fu determinante per la nascita del governo giallorosso. A Conte non resterebbe che andare in Parlamento e fare la verifica della maggioranza. Un’evenienza, quest’ultima, che induce taluni commentatori filo governativi a paventare la caduta dell’esecutivo come un dramma epocale. Finanche un livido moralista come Marco Travaglio esorta il primo ministro a fare campagna acquisti in Parlamento!

Insomma, una riedizione dell’esperienza che realizzò Berlusconi, all’indomani del voltafaccia di Gianfranco Fini, con il gruppo dei “Responsabili”. Peccato però che a quei tempi buona parte della stampa massacrò i Domenico Scilipoti e gli Antonio Razzi facendone un esempio di scuola del trasformismo parlamentare. Un’operazione che fu fatta passare, da questi stessi commentatori che oggi la invocano, come truffaldina e che, come tale diede addirittura vita ad un’indagine e ad un processo della procura di Napoli nei confronti del senatore Sergio De Gregorio. Uno scenario, quello ipotizzato, che, se realizzato, porterebbe a conclusione la metamorfosi filo governativa dei 5Stelle ed alla sconfessione della ventennale storia etico politica del Pd contro il Berlusconismo. Per farla breve, Giuseppe Conte, sedicente avvocato del popolo italiano, finirebbe per non più esercitare nel foro di un tribunale ma nel foro boario della compravendita dei parlamentari.