312020Dic
Arriverà Draghi?

“Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione”. Così parlò Alcide De Gasperi, padre della Patria, tra i fondatori della Democrazia Cristiana e presidente del Consiglio dei ministri negli anni dell’immediato dopoguerra. Furono uomini come lui, dotati di una carisma e di una caratura morale immensa, a tirarci fuori dalla macerie nelle quali eravamo precipitati, ricostruendo, su basi di libertà, lo Stato repubblicano. Ebbene, quel celebre aforisma è tuttora valido e costituisce da sempre il discrimine per poter valutare lo spessore della nostra “classe dirigente”. Se applichiamo, infatti, quel discrimine come metro di valutazione a quanti attualmente ci governano, non possiamo che constatare, amaramente, che di statisti non se ne scorge nemmeno l’ombra. Viceversa è folta la rappresentanza dei “politici politicanti”, ovvero di coloro i quali, rotti a tutte le esperienze, sono abilissimi nella gestione dell’esistente e della spesa statale posta a sostegno del proprio tornaconto elettorale. A voler sfogliare le pagine dei giornali, non si trova una sola dichiarazione che abbia una visione lungimirante, nel mentre, all’opposto, abbondano quelle rivolte alla gestione contingente.

Tutto lo scibile della politica italiana si esaurisce in una lotta senza quartiere sul come spendere gli oltre 200 miliardi di euro assegnati all’Italia dall’Europa (leggi Recovery Fund) per fronteggiare la crisi provocata dalla pandemia di Covid-19. Una vera e propria montagna di denaro che mai, nella storia repubblicana, è stata nella disponibilità di una maggioranza di governo. A questi soldi vanno aggiunti i 100 miliardi già spesi, finora, ed ovviamente finiti nel calderone del debito statale. Risorse ingenti che potrebbero essere ulteriormente rimpinguate con un finanziamento – prestito di 80 miliardi di euro – proveniente dal cosiddetto fondo salvastati (o Mes), destinato specificamente alla sanità. Insomma: un mare di denaro che ben potrebbe essere posto alla base di quelle riforme di sistema che sono tanto necessarie in una nazione come la nostra, avvilita da una burocrazia parassitaria, da uno stato bolso e ridondante, dalla mancanza di quelle moderne infrastrutture che, se realizzate, potrebbero finalmente colmare l’eterno divario tra nord e sud. In sintesi: bene si farebbe a destinare tutti quei soldi ad una politica lungimirante senza, cioè, sprecarli nei cento rivoli della gestione politico clientelare. Un’occasione storica, dunque, difficilmente ripetibile, per risollevare le sorti di un Paese che già vive con la pesante palla al piede di un debito statale che oggi sfiora i 2.500 miliardi di euro e che, da solo, rappresenta il 150 per cento dell’intero prodotto lordo annuale! Una spesa, quest’ultima, che graverà inevitabilmente sul bilancio statale per circa 100 miliardi anno di interessi passivi e che finirà per essere accollata alle future generazioni.

Accontentare i contemporanei accollandone i costi ai posteri che, in quanto tali non votano e non protestano, rappresenta un caposaldo, un comodo e semplice sistema, il lascito gestionale delle politiche stataliste. Politiche che da decenni sono il dato distintivo dei governi della nazione che hanno amministrato il Paese utilizzando la leva del debito statale. Non fanno eccezione i due governi guidati da Giuseppe Conte: quello gialloverde e quello giallorosso. Come contribuenti, sulle cui spalle cadrà l’onere di ripianare, adesso ed in futuro, il pauroso debito statale, dobbiamo temere il perpetrarsi di una politica di piccolo cabotaggio, che trae vantaggio dalle elargizioni di pubblico denaro a tutti quelli che sono stati danneggiati da una crisi. Un dramma sociale senza precedenti, che ha letteralmente stravolto il nostro modo di vivere, assestando colpi da ko al ciclo produttivo ed ai livelli occupazionali in settori ai quali non giova certo l’elargizione momentanea di striminziti sussidi. Ci si risolleverà da questa catastrofe solo se lo Stato saprà utilizzare quella enorme massa di “aiuti” destinandola a progetti di indubbia utilità e di più vasta portata. Ed ha ragione Matteo Renzi quando afferma che occorre una decisione politica ratificata dal Parlamento e poi affidata al governo non delegata ai tecnici. La soluzione tecnocratica, infatti, è solo un espediente da sempre utilizzato dalla politica che vuole agire senza essere responsabile. Ed è strano che un governo fatto da “rivoluzionari” a cinque stelle e “progressisti”, per antonomasia, di marca Pd e di Leu, non abbia colto l’occasione per evitare concentrazioni di potere nelle mani del premier e della sua fantomatica “cabina di regia”.

Può anche darsi che dietro il polverone alzato da Renzi, ci sia l’obiettivo di tirare dentro Mario Draghi affidandogli la guida del Governo, costruendo intorno al lui una nuova maggioranza. Di sicuro questa sarebbe una migliore soluzione rispetto all’esistente.