292020Dic
Riaprite le scuole

Evviva!! Ecco i vaccini!! Governanti tronfi e magniloquenti annunciano che la panacea è finalmente arrivata. Come è d’uopo, in materia di vaccini, in Italia è vietato parlare. Il farmaco gode, infatti, dei benefici della fede più che di tutte quante le certezze della scienza. Per carità: guai anche solo ad affacciare piccoli interrogativi: si viene crocifissi come eretici ed anti-scientifici! Eppure basterebbe leggere (o rendere noto) il cosiddetto “bugiardino” (il foglietto illustrativo) che accompagna il prodotto per sopire qualche certezza e gli entusiasmi di queste ore. Dalle stesse colonne di questo è quotidiano abbiamo sostenuto tesi sul virus autoctono rivelatesi antesignane, ma che prima furono irrise e poi, solo successivamente, accettate nel silenzio dalle istituzioni sanitarie e dai depositari dell’ortodossia scientifica.

Tanto basti per dire, ancora una volta anzitempo, che il vaccino rappresenta solo un tampone al problema: un mezzo necessario perché l’unico disponibile al momento. L’immunità dura solo pochi mesi e non per tutti i vaccinati. Tuttavia l’enfasi con la quale la campagna vaccinale è stata accolta, è sospetta e serve non solo a fronteggiare il virus quanto a dare fiducia alle politiche finora messe in campo dai Governi di mezzo mondo, per sconfiggere la pandemia.

Insomma: il vaccino distrae la gente dal fatto che la politica della “separazione sociale”, in una popolazione mediamente “vecchia” come quella italiana, non è riuscita a ridurre il numero dei decessi che è rimasto comunque elevato. Inaccettabile, per i sacrifici chiesti ed attenuti dal popolo. L’elevato numero di morti e l’incontrastata diffusione del virus, ad un anno dalla sua comparsa, rappresentano un eloquente testimonianza del fallimento dei rimedi fin qui proposti dalle istituzioni per debellare la minaccia. Tuttavia, si continua su questa strada dell’isolamento sociale e ci si affida ai poteri miracolistici del vaccino per farsi sorreggere, nel mentre l’intera economia italiana rischia di collassare. Le scuole, dal canto loro, restano malinconicamente chiuse nonostante le proteste delle famiglie. Una scuola chiusa è anche un elemento che scompagina l’organizzazione familiare e limita non poco la vita e le abitudini consolidate.

Una scuola, quella italiana, con molti difetti che ha ormai quasi un milione di addetti ai lavori per appena 8 milioni di studenti. Un colossale ammortizzatore sociale per disoccupati muniti di laurea che non hanno altri sbocchi occupazionali. Perlopiù gente che insegue l’antico ed ambito sogno di un posto fisso ed uno stipendio statale. Insomma: una retribuzione elargita come variabile indipendente dal lavoro svolto e dai risultati ottenuti, così come avviene per quasi tutti i dipendenti pubblici del Belpaese. Un’analisi amara, la nostra, che però non può essere taciuta se è premessa per affermare il ruolo e la funzione insostituibile che occorre assegnare alla scuola nella società italiana. A patto, s’intende, che sia una scuola che istruisca e che funzioni.

Parliamoci chiaro: c’è una diffusa quanto erronea opinione che induce a credere che i problemi della scuola si risolvano infarcendo gli organici di docenti assunti alla meno peggio, per chiamata diretta oppure per concorso. Eppure i risultati sono avvilenti e le graduatorie internazionali, al riguardo, sono eloquenti allorquando collocano le realtà didattiche (Università comprese) dello Stivale a livelli indecorosi ed inaccettabili per la nostra antica tradizione. Ora più che mai, nei tempi del coronavirus, il problema viene a galla, diventa d’attualità e, peggio ancora, rischia di peggiorare con il blocco delle lezioni in presenza e l’introduzione di forme di didattica tanto sostitutive quanto approssimative come quelle a distanza: la cosiddetta Dad, una formula che pretende di poter insegnare ai bambini a leggere, scrivere e fare di conto attraverso lo schermo freddo di un computer e nella solitudine individuale. Nulla mi convince di un’istruzione imposta asetticamente a distanza e quindi priva del rapporto diretto tra docente e discente. Non credo ai frutti che possono venire da una scuola isolata dal contesto sociale.

Mancano in questa realtà fatta di singoli individui sia quei presupposti di natura psicologica sia quelli propri della sfera affettiva. Non bisogna essere un pedagogo per comprendere che sono quei rapporti che si instaurano tra gli scolari e poi tra gli studenti, a trasformarsi in legami che dureranno una vita, dando luogo ad esperienze care ed indelebili. Tutto all’opposto di quello che si crea in un contesto impersonale, gestito attraverso un computer, in un aggregato telematico che crei la parvenza di una classe. Insomma: il trionfo della tecnologia sulla sapienza ed il buon senso, dello strumento informatico sul calore e l’umanità dei rapporti. Restare vivi al virus è certo un imperativo, ma dovrebbe esserlo per poter vivere, non certo per diventare un vegetare.