242020Dic
Un orbace per Giuseppi

Non è certo l’Italia il Paese nel quale ci si scandalizza per i ribaltoni di palazzo anche se non sono poi moltissimi gli elettori che seguono con assiduità le vicende politiche e scelgono quale leader votare in base alla coerenza dei comportamenti. Finita l’epoca dei grandi partiti di massa, organizzati e presenti capillarmente sul territorio, forti di una larga schiera di militanti ideologicamente formati, siamo entrati nell’era della politica “fai da te” e dei partiti personalizzati, che badano più al marketing che all’adesione ad un modello socio-economico di riferimento. D’altronde ciò che è reale è razionale, ovvero ha una sua precisa causa e la politica, dovendo rincorrere il consenso elettorale, non può sottrarsi all’obbligo di doversi adeguare ai cambiamenti di una società cablata, telematica e veloce, ormai secolarizzata, che ricorre essenzialmente il benessere materiale incline, com’è, al relativismo etico. Caratteristiche sociali mutevoli, dunque, e per certi versi effimere, che non offrono alla politica una precisa indicazione di modelli ed opzioni. Finiti i tempi nei quali i blocchi sociali erano riconoscibili così come lo erano i loro bisogni, rotte le cinghie di trasmissione con le associazioni collaterali e con i movimenti sindacali, i punti di riferimento sono diventati quasi inesistenti. Sono rimasti, però, i sondaggi di opinione ed i focus su specifiche questioni, ma solamente intesi come strumento di rilevazione delle opinioni, senza nulla di organico e di duraturo. Un disorientamento, una precarietà tipica in una società ormai “liquida”, multiculturale, multirazziale e globalizzata, consequenzialmente votata al qualunquismo, al populismo.

Un contesto ove prevale il pensiero debole, labile e mutevole, che diventa funzionale alle esigenze ed agli interessi della quotidianità. Ne consegue l’adozione di una politica che vive tutta nella cronaca, ignorando qualsiasi altra prospettiva. Una politica autorizzata a vivere alla giornata, ad orientarsi verso tutte quelle posizioni che di volta in volta, la possono favorire per l’acquisizione di qualsivoglia vantaggio, lungo la strada della conquista del potere fine a se stesso. I partiti politici, nel senso classico del termine, orientati culturalmente ed ideologicamente, sono diventati anacronistici, usurati dal trasformismo ideologico e dal personalismo. Modelli superati di organizzazione, emarginati dalla velocità del web e dalla rete social, oltre che travolti dagli scandali e da eventi che li hanno delegittimati agli occhi dell’opinione pubblica. Questo il brodo culturale nel quale ancora oggi navigano a vista coloro che attualmente ci governano. Un continuo divenire passando per i partiti personali, oppure per continue metamorfosi di simboli e progetti che durano lo spazio di un lustro.

In questo contesto nascono i governi ambivalenti di Giuseppe Conte, detto “Giuseppi”. Uomo di punta del Movimento cinque Stelle, l’attuale premier ha sublimato l’essenza del qualunquismo, dell’opportunismo, della improvvisazione, presiedendo governi di segno politico opposto nel corso della stessa legislatura. In un clima già da basso impero, di generale disaffezione verso le istituzioni e la politica stessa, di decrescita culturale e di arretramento sociale, Conte è stato chiamato al capezzale della Nazione per tirarla fuori dal pantano. Ha anche utilizzato strumenti che sono apertamente in conflitto con la buona pratica politica e la centralità del Parlamento, ritenuti intollerabili se praticati in un’altra epoca dalle, ormai silenziose, vestali della democrazia. Insomma, ha realizzato, sotto mentite e più rassicuranti spoglie di “avvocato del popolo”, l‘emarginazione del sistema politico parlamentare, accentrando a Palazzo Chigi tutto il potere decisionale. Per paradosso “Giuseppi” ha realizzato quello che altri, del suo stesso partito, avevano teorizzato dover essere perseguito in maniera più brutale e sbrigativa. Non ha aperto il Parlamento come una scatola di tonno ma lo ha messo semplicemente in condizione di non contare granché sotto il profilo legislativo e decisionale. Quegli stessi che rimproveravano ad una fantomatica casta parlamentare privilegi e colpe, oggi esaltano l’accentamento dei poteri nelle mani di poche persone. Peggio ancora, i predicatori che temevano i guasti della partitocrazia ora assistono inermi ai concistoro ed alle verifiche” dei segretari dei partiti con il presidente del Consiglio. Per paradosso ci tocca dare ragione ad un accentratore come Matteo Renzi che lancia i suoi “penultimatum” al Governo, invocando la centralità delle Camere e contestando il cumulo di cariche in capo a Conte. Fosse stato in sella il Centrodestra non sarebbero mancati i richiami evocativi del Fascismo e del cosiddetto “uomo forte al potere”.

Tuttavia c’è una montagna di denaro da spendere e nessuno farà caso al fatto che “Giuseppi” abbia indossato l’orbace.