152020Dic
Onda su onda

“Onda su onda” non è il titolo di una bella canzone, di Paolo Conte. E neanche trattasi delle onde elettromagnetiche che consentirono a Guglielmo Marconi di inventare il telegrafo senza fili guadagnandosi così il Premio Nobel per la Fisica ed un posto tra gli immortali della scienza.

“Onda” ed “Ondata” sono diventate ormai un neologismo che ricorre ogni qualvolta si parla del Covid 19 o della “cresta dell’onda”, intesa come clamore e diffusione di una notizia. In entrambi i casi l’uso ricorrente del termine “onda” ha creato un modo di dire che di per se stesso ha significazioni specifiche. Nel caso del coronavirus, per capirci, si parla già di “terza ondata” nella primavera prossima se non rimarremo tappati in casa come lorsignori, politici e scienziati politicizzati, ci intimano di fare. Nel caso della “cresta dell’onda” relativa all’informazione, si tratta di una mancata notizia: l’assoluzione definitiva dell’ex ministro il democristiano Calogero Mannino, dopo circa trent’anni di indagini e processi!! In entrambi i casi si registra una speciale “sintonia”: l’esistenza di una condizione analoga di irresponsabilità e di impunibilità per coloro che di queste “ondate” sono stati i diretti protagonisti. Né gli scienziati, né i magistrati saranno, infatti, mai puniti sulla base di una colpa e di una responsabilità, la loro, che pure appare più evidente che mai. Parimenti degna di rilievo la similitudine tra i due eventi: uno collettivo, quello sanitario, ed uno personale, quello giudiziario, che hanno determinato lesioni gravissime.

Lesioni mortali ad una moltitudine di uomini nel caso sanitario, una morte civile e politica nel caso giudiziario di Mannino. Quello che non si rivela comparabile nei due casi descritti è la notizia, diffusa e ripetuta, per la terza ondata di Covid, e quella sottaciuta per la definitiva assoluzione dell’ex politico Dc. In entrambi i casi ad orientare la diversità dei canoni comportamentali dell’informazione è stata la capacità del sistema di potere – altri lo chiamerebbero regime – di filtrare quello che conviene sia conosciuto e discusso dal popolo. In entrambe queste informazioni, eccessiva quella sanitaria, carente quella giudiziaria, spicca la stessa trama: quella di indirizzare l’opinione pubblica verso gli argomenti preferiti. Ora va di moda la discussione sul come spendere quella montagna di danaro (leggi Recovery Fund) che arriva da Bruxelles, che ha ammutolito i sovranisti e gli euroscettici, e ringalluzzito gli statalisti che invocheranno le più disparate esigenze in nome della politica economica keynesiana, che attribuisce allo Stato il potere di intervenire nell’economia, anche accumulando debiti da accollare alle future generazioni. Un’ebbrezza, quella di spendere e spandere a piene mani, lungamente attesa dalla politica politicante, dal governo giallorosso che incassa i frutti determinati dall’epidemia e dalle migliaia di morti da essa provocate in Italia. Decessi enumerati e scanditi ogni sera dalle televisioni senza che si dia certezza che quelle morti siano effettivamente la conseguenza del virus. Alle porte c’è anche un altro evento atteso: quello del vaccino. Una risorsa, come il lockdown, per tenere in piedi il fatiscente servizio sanitario, dove spicca una rete ospedaliera che al Sud è pletorica ed inutile se non pericolosa.

E poco importa che le vere ed uniche cause dei decessi da coronavirus siano spesso aleatorie, e che i vaccini a “RNA messaggero” abbiano gli stessi problemi di quelli con Adenovirus, ovvero provochino eventi avversi e che l’immunità sia di durata non determinata, cioè breve (meno di un anno). Quindi: niente isolamento delle persone fragili nei loro nuclei familiari, nessuna equipe sanitaria per curare a casa i malati, lasciando liberi i posto letto in ospedale. Solo terrorismo e restrizioni per categorie ed imprese. Ed elargizioni di denaro a coloro che sono stati messi in ginocchio dai provvedimenti governativi. Tutto questo in attesa della fatidica “terza ondata”. Nessun clamore invece per la definitiva assoluzione di Calogero Mannino che ad 80 anni suonati esce definitivamente dalla morsa della giustizia politica che lo aveva afferrato a 52 anni da Ministro in carica. Nessuno fiata e nessuno pagherà. Disdoro per i “Torquemada” della procura di Palermo, quelli che nel corso di questi trent’anni hanno fatto carriera e goduto di incarichi politici e giudiziari. Un silenzio che forse sarà l’effetto della vicenda Palamara e di quel sistema politico compromissorio (non uso altri aggettivi) instaurato per determinare i vertici delle procure con l’avallo del Pd.

Aspettiamo ancora che si rendano note le registrazioni oggi secretate tra Palamara e i “pezzi da novanta” ancora in carica. Insomma onda su onda e si naviga a vista.