132020Dic
Randagio è l’eroe

“Randagio è l’eroe”: prendo a prestito il titolo di un celebre libro di Giovanni Arpino, giornalista sportivo prestato alla letteratura italiana (vincitore, tra l’altro, di premi prestigiosi come lo Strega ed il Campiello). Un libro, scrisse Guido Piovene nella recensione, che “vuole parlare di sentimenti e di poesia: la poesia dell’esistenza che rifiuta la rovina, la fatiscenza e la decadenza; la poesia dell’altruismo” perché è esattamente quello che Paolo Rossi ha rappresentato per il Belpaese. Un riscatto dalla decadenza, da un’esistenza collettiva, quella del Popolo italiano, che aveva rifiutato il degrado civico e politico che aveva caratterizzato un determinato periodo storico. Si, proprio così: Pablito fu un “eroe randagio” perché non divenne mai un’icona, un mostro sacro nel tempio di “Eupalla” la dea del calcio. Randagio perché non fu mai “stanziale” nel cuore del tifoso, sapendo penetrare, all’opposto, nei cuori di tanta gente, di coloro che amavano il campione semplice come lo erano i suoi gesti sportivi. Rossi fu il campione che, all’apice del successo, non volle mai farsi usare dalla pubblicità e dagli interessi miliardari che vi ruotavano attorno. Un ragazzo sorridente, che si divertiva a giocare e a fare gol con le tipiche virtù italiane: l’intelligenza intuitiva, la furbizia ed il fiuto del gol. Classe pura, la sua. Quella che in ogni umana attività professionale sa trasformare la complessità in semplicità, far assumere alla capacità straordinaria i connotati del gesto ordinario. Mingherlino, Rossi si portava dietro una testa che ciondolava su di un corpo che restava, in fondo, quello di una persona normale.

Fu anche questo aspetto normale che lo rese simpatico alla gente comune sottraendolo all’esclusiva idolatria del tifoso. Il guizzo, lo spunto agile e fantasioso, il farsi trovare al posto giusto nel momento giusto, erano le caratteristiche di un campione senza fronzoli e presunzione. Paolo fu campione negli anni bui in cui l’Italia era da poco uscita dai cosiddetti anni di piombo dell’eversione e della lotta armata allo Stato. Erano quelli i tempi delle Brigate Rosse e satelliti vari a matrice comunista e di Ordine Nuovo e dei NAR a connotazione fascista.

Il Paese in cui Rossi giocò e vinse, era ancora sbigottito dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta da parte delle Br, lo Stato dei governi di solidarietà nazionale presieduti dall’esperto ed anfotero Giulio Andretti, voluti da una classe politica che seppe trovare unità di intenti per arginare e poi sconfiggere il terrorismo e le stragi che insanguinavano la Nazione.

Nel 1978, ai Mondiali in Argentina vinti dai padroni di casa, sospinti da un tifo e da un ambiente fortemente condizionato dai militari che detenevano il potere, Rossi si mise in mostra nella nazionale di Enzo Bearzot insieme con altri giovani talenti che si sarebbero poi confermati essi stessi campioni nel successivo torneo mondiale disputato in Spagna nel 1982. Rossi giocò a livelli internazionali, proveniente dalla militanza in squadre di provincia come Vicenza e Perugia: un’eccezione, una scelta che si rivelò indovinata. Come detto, la storia calcistica di Pablito si intersecava coi tempi vissuti dalla società italiana: fu un simbolo che caratterizzò in positivo un periodo particolare della nostra vita, segnando un’inversione di mentalità, regalando un motivo di orgoglio identitario ad una Nazione che stentava a dimenticare la stagione dell’odio politico e sociale. Un paese che aveva pagato caro le utopie post sessantottine e degli scontri frontali tra le classi sociali, scanditi dai cortei e dai sommovimenti di piazza. Insomma, Rossi esorbitò l’ambito sportivo ed ebbe un ruolo anche sociologico ed al tempo stesso politico, che sarà ancora più chiaro ed eclatante nell’82 con Rossi che ci trascina verso il terzo titolo mondiale e diventa, per il mondo intero, “Pablito”. Arrivava, Paolo, a quel successo dopo due anni di fermo per le vicende, mai veramente chiarite, del “calcio-scommesse” e grazie alla pazienza ed alla fiducia che la Nazionale ebbe con lui aspettandone la reazione e le redenzione calcistica. Molti di coloro che due lustri prima si erano affrontati nelle piazze furono compagni di “scalmane” e di cortei celebrativi per quello straordinario trionfo sportivo. Una catarsi della società italiana, proiettata verso una nuova era, che ebbe in Paolo Rossi uno dei catalizzatori. Intendiamoci: non fu solo un fenomeno italiano. Non vi è stato angolo del pianeta, dal Giappone al Canada, che ignorasse l’esistenza di “Pablito”, il quale diventò, suo malgrado, ambasciatore dell’Italia nel mondo. Tuttavia egli mai ebbe un gesto sopra le righe, mai rilasciò un’intervista con dichiarazioni fuori posto, mai accampò pretese e compensi per essere laddove lo reclamavano.

La stessa malattia che lo ha stroncato è stata gestita nel silenzio e nella discrezione senza esporsi mai alla solidarietà a buon mercato. Serio e discreto in vita come in morte. Insomma: un uomo ed uno sportivo che ha saputo conservare umiltà e serenità nonostante tutto. Si dice che solo gli uomini forti sanno piangere e molti hanno versato una lacrima per Pablito. Forse un’intera generazione, alla quale anch’io appartengo, che lo porterà nel cuore. Per tutti noi, Paolo Rossi è’ stato e sarà un eroe randagio e gentile. Per sempre.