42020Dic
Gli sciacalli del diritto di cronaca

Quando sentiva parlare di libertà di stampa e soprattutto della libertà dei giornalisti di praticarla, Indro Montanelli era solito contestare la veridicità di questa affermazione. Da giornalista prima e da editore di giornali poi (da lui stesso fondati proprio per emanciparsi da taluni “condizionamenti”), il grande maestro liberale toscano asseriva che i quotidiani facevano solo gli interessi degli editori assecondandone le linee di “pensiero”. La libertà del giornalista, invece, dovrebbe limitarsi a poter sbattere la porta e cambiare aria (ed editore) se la redazione nella quale si lavora risulta “incompatibile” con i propri gusti e le proprie idee. In verità in Italia la casistica sulla natura e la tipologia dei giornali, è anche più ampia ed integra, ma non ha mai sconfessato le affermazione di Montanelli. In edicola si vedono, infatti, soprattutto giornali “partito” come quello, un tempo, governato dal padre padrone (e direttore), Eugenio Scalfari che per anni ha fatto da interlocutore (e da sponda) tra governi e partiti amici oppure da strenuo e spesso fazioso rivale di politici e partiti non graditi. O giornali che ospitano le veline delle procure, come quello di Marco Travaglio e Furio Colombo, schieratissimi moralisti che si curano degli scandali solo in determinate direzioni, e sempre con la malcelata aspirazione di poter incidere e determinare le scelte dei governi amici e di contestare quelle dei nemici.

Ma la storia della faziosità e delle prese di posizione influenzate dai rapporti politici e dalla voglia di protagonismo dei fondatori-editori viene da molto lontano. A cominciare, in Italia, dal “Candido” di Giovanni Guareschi, fustigatore del conformismo e della doppiezza politica dei comunisti nostrani del dopoguerra; dal “Borghese” di Leo Longanesi, espressione della destra erudita; dal “Mondo” di Mario Pannunzio che raccoglieva intellettuali di impronta liberale e socialista. A sinistra nasceva, invece, frutto del dissenso interno al Pci, il “Manifesto” con Lucio Magri, Luigi Pintor, Rossana Rossanda, che andò ad occupare posizioni più radicali sui temi sociali vicini alla contestazione studentesca dell’epoca. Insomma da qualunque parte la si rigirasse, la vocazione giornalistica è apparsa, nel nostro Paese, sempre indirizzata verso determinati obiettivi di potere fortemente “identitari”, animati da un’ottica “faziosa” con annesse smanie di protagonismo intellettuale, morale e politico del fondatore-editore di turno. Non sono ovviamente mancati, in questo scenario, i giornali delle grandi industrie, quelli delle Banche e di Confindustria e finanche quelli…del Governo, ovvero finanziati da industrie partecipate dal Ministero del Tesoro. Inutile citare i fogli dei partiti politici che sono a corredo dei medesimi e finanziati dallo Stato. Questo il panorama della cosiddetta “pluralità”, spesso (per non dire sempre) di parte, che negli anni si è realizzata e distinta in Italia. E tanto dovrebbe bastare a coloro i quali, informati sullo stato dell’arte, abboccano alla favola dell’obiettività e quotidianamente si affidano alle analisi di azzimati editorialisti di “fogli” che fanno corpo unico con i giornalisti allevati (con identici limiti) dai colossi dell’emittenza televisiva. Programmi, quelli del piccolo schermo, con un unico format: quello del pollaio nel quale si accapigliano gli ospiti convenuti. Una miscellanea di politici, giornalisti o direttori di testate che recitano a soggetto e lasciano il tempo che trovano. Sono programmi costruiti per raggiungere una specifica finalità, un obiettivo: la conferma di un’opinione esistente, che rientra negli interessi intessuti col potere, oppure con le forze politiche di opposizione.

Li ho frequentati, da politico, quasi tutti i talk show e la scena si è sempre ripetuta. Ore di attese e qualche minuto di parola nel mentre il capo claque decideva chi degli intervenuti dovesse essere applaudito dal pubblico addomesticato. Insomma una farsa. Altro trucco viene poi dalla narrazione introduttiva del giornalista che così stabilisce chi siano i buoni e chi i cattivi, con una lunga premessa che contiene in sé le affermazioni e le considerazioni a lui gradite.

E che dire degli agguati di quelle troupe specializzate nello sberleffo o nel volerti imporre violazioni della privacy e del diritto a tacere? Una vero e proprio assalto fisico di sapore scandalistico e di stampo intimidatorio. Famosi i “raid” messi a segno all’esterno delle aule di Camera e Senato per saggiare le conoscenze dei parlamentari. Tanto in onda, siatene certi, andrà solo la domanda eventualmente sbagliata, per mettere così in ridicolo il malcapitato di turno. E’ di questi giorni l’aggressione subita dalla compagna di Giuseppe Conte da parte dei soliti giornalisti d’assalto. Una canea spesso abilmente organizzata e messa in atto in nome di un diritto che in Italia ha ben altro senso che altrove: il diritto di una cronaca già annunciata e come tale fasulla!!