302020Nov
Donna, con la gonna

Si è celebrata la giornata dei diritti delle donne, più in generale quella per la tutela e la parificazione del gentil sesso in ambito politico, sociale, culturale ed economico. Evitando la lunga storia internazionale del movimento femminista, limitiamoci, sia pur sommariamente, ai soli fatti italiani. Tutto cominciò con il referendum sul divorzio e poi quello sull’aborto, negli anni Settanta del secolo scorso, entrambi vinti dallo schieramento laico socialista e dalla sinistra italiana, a discapito della Democrazia Cristiana, dei partiti conservatori e della destra, ancorché, questi ultimi, fossero spalleggiati dalle gerarchie ecclesiali e vaticane. Era, quella, un’Italia ove ancora forte era l’impronta dei vecchi valori della tradizione, definiti rurali o borghesi a secondo dell’accento critico di chi li contestava. Stati di fatto, che assegnavano alle donne il ruolo di sposa e madre feconda. Era un’Italia uscita materialmente malconcia dalla seconda guerra mondiale e da un regime, quello mussoliniano, culturalmente orientato alla demagogia guerriera, dotato di una forte impronta maschilista tarata sul numeri dei figli intesi come i futuri combattenti delle battaglie del fascismo. Con enfasi retorica Benito Mussolini premiava le famiglie numerose, quindi consegnava alla donna le catene della cura del focolare domestico.

Tutto ciò era anche corrispondente alla struttura economica e reddituale delle famiglie medie di quel periodo, dedite al lavoro nei campi oppure monoreddito ed in capo ai soli uomini. Solo col boom economico degli anni Sessanta si determinò un’evoluzione anche nel campo dei comportamenti sociali e quindi delle famiglie stesse che favori, col benessere sempre più diffuso, lo sviluppo di nuovi comportamenti anche da parte delle donne. Gli eventi referendari che seguirono, misero in luce quella rinnovata mentalità ed un nuovo un meccanismo di confronto dentro e fuori la famiglia. Il resto lo fece la maggiore offerta di lavoro proveniente dalla catena di montaggio delle industrie ed il ruolo che la donna iniziò, via via, ad assumere, in maniera sempre più emancipata, nella società. Finanche il codice penale, oltre quello civile sulle unioni matrimoniali, fu modificato nella parte che discriminava il genere femminile, per intenderci quel famoso “delitto d’onore” commesso sul presupposto che la donna avesse tradito il marito, cosi determinando una lesione della onorabilità sociale dell’uomo tanto grave da prevedere forti attenuati e la sensibile riduzione delle sanzioni previste. In ogni caso col tempo la battaglia reazionaria fu persa comunque. Prevalse l’idea che la donna dovesse, se del caso, liberarsi dai gravami di vincoli coercitivi come il matrimonio e poter scegliere liberamente la gestazione di un feto che portava in grembo. Prevalse, in tal modo, un moto di ribellione imprevisto che ruppe ogni previsione e pregiudizio. Il fronte avverso e vittorioso dei referendum si avvalse della spinta, spesso provocatoria ma incisiva, del movimento radicale che da sempre presidiava l’area dei diritti civili in Italia. Nacque così il movimento che rivendicava spazi di autonomia e di auto-determinazione per la donna, dentro e fuori l’ambito sociale e familiare. Troppo lunghi, d’altronde, erano stati i decenni di subalternità al maschio per non determinare, nel segreto dell’urna, una complessiva rivincita di genere. Il novero delle rivendicazioni andò sempre meglio collocandosi verso nuove fonti di richiesta, come ad esempio la modalità di voto o la partecipazione alla carriera militare, tutte opportunità prima riservate esclusivamente agli uomini. Fu inoltre regolamentata la presenza di una “quota rosa” nelle giunte di Comuni, Province e Regioni. Insomma: un lungo elenco di risultati raggiunti che, ad onor del vero, ottennero sempre, forse anche troppo, l’assenso a volte supino, del genere maschile.

Come i grani di un Rosario, uno dopo l’altro, tutti i più disparati bisogni del movimento femminista si trasformarono in bandiere di rivendicazioni politicamente impegnate a sinistra sfociando e quasi affiancandosi nelle lotte per l’equiparazione dei diritti gay e soprattutto nell’accettazione del cosiddetto “linguaggio politicamente corretto”, un modo surrettizio di comunicare mediante l’uso di una semantica e di una terminologia al passo coi tempi che, finisce poi per farti accettare proprio quei valori. In soldoni: l’accettazione della teoria gender e della scomparsa dei principi fondativi della famiglia tradizionale, un cavallo di Troia messo nel bel mezzo di una cittadella da espugnare. Insomma non più parificazione ma prevaricazione di coloro che non seguono la moda emancipante. Ma la libertà di distinguersi vale quella di dissentire, anche alzando, contro il simulacro della donna priva di ogni antica e benedetta prerogativa femminile, un simbolico ed innocuo cartello “voglio la donna con la gonna”.