232020Nov
La profezia di Indro

Si narra che per ridere alle spalle dei giovani giornalisti che gravitavano nei giornali diretti da Indro Montanelli, si escogitasse una beffa ai loro danni orchestrata abilmente dai colleghi più anziani. Si informava cioè il malcapitato di turno che il nome del maestro del giornalismo moderato in Italia altri non fosse che il diminutivo di “Cilindro”. Il soggetto in questione aveva il compito di chiederne conferma direttamente all’interessato. Allorquando, vinto il timore reverenziale, il gabbato si faceva latore della domanda, il Maestro, che in realtà era stato registrato all’anagrafe con quattro nomi “Indro, Alessandro Raffaello, Schizògene”, ma non “Cilindro”, allargando le mani rispondeva, sorridendo con un bonario pistolotto: “gli italiani sono pronti a credere a tutto, pur di compiacere le persone e l’ambiente nel quale vivono. Intelligenti oppure fessi, senza pari, sono un popolo di esagerati. Ciascuno di essi è in grado di realizzare grandi aspettative personali. Prospettiva che non si scorge, invece, per l’Italia”. Insomma, il toscanaccio di Fucecchio mostrava rispetto per le singole attitudini degli italiani e le capacità, di molti di essi, di riuscire a realizzare anche cose eccelse. Ma non per il sistema Italia. Un po’ la sintesi del detto “grandi italiani, piccola Italia”.

L’Indro nazionale mostrava ironica comprensione innanzi alla furbizia stolta e compiacente di molti suoi compatrioti. Gli piaceva indulgere nella parte dello scettico e del pessimista, come solo i toscani autentici sanno fare, Quello del grande liberale italiano era un modo di parlare schietto, contraddistinto da una capacità di giudizio chiara e tagliente, estrinsecata mille volte negli articoli che il “vecchio leone” soleva scrivere con la sua celebre “lettera 33”. Mirabili, a tal proposito, i suoi resoconti dalla Budapest occupata dai carri armati sovietici. Reportage che divennero uno squarcio nella “cortina di ferro”: una fonte di verità e di documentazione preziose ed utili, al tempo stesso, per smascherare la tirannia liberticida dell’Urss e la spietata repressione verso i cosiddetti stati satelliti di Mosca. Articoli, quelli di Montanelli, che fecero saltare i compiacenti silenzi della stampa “allineata” e dello stesso partito comunista italiano.

Ma quel che qui importa, non sono tanto i meriti di Montanelli come grande giornalista, quanto la verifica della fondatezza di una teoria, la sua, che, per quante volte già esposta, sembra trovare ancora puntuale riscontro nell’analisi dell’attuale realtà civica, culturale e di costume dell’Italia. Insomma, fuor di metafora: l’indole degli italiani è ancora quella descritta da Montanelli? Possiamo verificare ancora adesso, nel tempo della paura diffusa e della morte per epidemia, se lo spirito e gli esiti delle azioni compiute dagli abitanti dello Stivale rimangono come immutati? Perché quel che prevale nell’italico agire è il solipsismo intraprendente, quasi anarchico, che lavora per realizzare il proprio ideale ed obiettivo di vita, a prescindere dalla visione di uno sforzo corale e generale che distingua l’intero Paese? In verità Montanelli non si trasformò in un tuttologo per dare sostegno alle proprie tesi, né fu mai psicologo degli italiani mettendosi a sciorinare analisi sociologiche. Si regolò da giornalista, da cronista, serio ed intransigente che attinge alla realtà e la assume vera per esperienza. Ebbene, comunque sia, quelle espressioni di disincanto sulla gloria assicurata ai singoli italiani e non alla Nazione, pare che trovino, ancora oggi la loro triste conferma. In Italia siamo compartecipi della produzione, per le cure anti coronavirus, di vaccini, anticorpi monoclonali e terapie con l’uso del plasma iperimmune dei guariti dal Covid (protocollo, quest’ultimo, applicato al Cotugno di Napoli fin dallo scorso mese di maggio). La Sanofi multinazionale francese, sperimenta e produce il suo prodotto nel polo chimico-farmaceutico di Anagni, lo stesso polo in cui anche la multinazionale inglese Catalent ha avviato il processo di infialamento dei vaccini prodotti da Astrazeneca, colosso biofarmaceutico svedese-britannico. E poi c’è l’altro vaccino, tutto italiano, in avviata fase di sperimentazione, prodotto dalla ReiThera, piccola azienda di Castel Romano, insieme con l’ospedale Spallanzani (presso i cui laboratori, lo ricordiamo, a fine gennaio, fu isolata, da biologi italiani, per la prima volta in Europa, la sequenza genetica del nuovo coronavirus).

Un vaccino, quello “laziale” che potrebbe essere pronto entro la fine del 2021 e sul quale anche Bruxelles sembra intenzionata a scommettere (la Ue vorrebbe acquistarlo). Pensate: la metà dei sei vaccini tuttora ammessi alla fase finale della sperimentazione, sono prodotti sul suolo italiano. Questo lo si deve alla capacità dei direttori di produzione dei nostri poli farmaceutici e degli scienziati che operano nei laboratori del Belpaese. Scienziati tra i quali si distingue un genio del calibro di Rino Rappuoli, straordinario biologo senese i cui studi per la realizzazione di un potente anticorpo monoclonale in grado di neutralizzare il virus, sono giunti nella fase definitiva a tal punto da aver spinto lo studioso toscano ad annunciarne, ottimisticamente, la prossima distribuzione in Italia. Insomma, qualora non lo si fosse ancora capito: si conferma la profezia di Indro Montanelli. Grandi italiani ma piccola Italia.