202020Nov
La Spada di Zaia

Non finisce mai di stupire Luca Zaia, il più apprezzato ed impomatato tra i governatori del Belpaese. In tema di provvedimenti anti-Covid, non passa settimana che il presidente della Regione Veneto non prenda le distanze da tutti, sia dal mainstream governativo (il pensiero di Conte e del governo), sia da quello che la stessa Lega, che poi sarebbe il suo partito, va predicando sulla pandemia. Si scorge, nelle alzate d’ingegno del “doge veneto”, il piglio decisionista che tanto piace al popolo il quale nulla o poco comprende sul reale stato dell’arte del Covid e quindi, in quel piglio deciso, ravvisa un messaggio tutto sommato rassicurante. Parliamoci chiaro: non sbaglia chi percepisce che poi, tutto sommato, la sanità organizzata in Veneto, in fondo, non sia messa così maluccio. Tuttavia i modelli organizzativi e politico sanitari di quella regione sono sostanzialmente diversi se paragonati con quelli in atto nelle regioni limitrofe e “consorelle”, da un punto di vista politico (vale a dire guidate da una maggioranza di centrodestra). Per intenderci: in Lombardia vige un sistema socio sanitario incentrato sulla libera scelta, da parte del cittadino, del luogo in cui curarsi. Il “Pirellone” svolge un ruolo terzo. Programma e finanzia il corretto fabbisogno assistenziale, e lascia che strutture con identici requisiti organizzativi, strutturali, strumentali e di personale, si facciano leale concorrenza tra loro. La Regione, insomma, asseconda il mercato, lasciando che il gradimento dell’utente diventi l’unica, libera prerogativa di fruizione dei servizi sanitari. Si avverte, in quel contesto, che la competizione tra strutture a gestione statale e quelle accreditate private, ovvero parificate e conformi ai dettami di legge, avviene per garantire al malato il meglio che sempre produce la concorrenza in ogni ambito d’impresa umana. Un modello organizzativo che prospera anche grazie ai cosiddetti “viaggi della speranza” di tanta gente che dal Sud emigra verso il Nord. Tuttavia Luca Zaia non ha seguito il modello lombardo, anzi lo ha cancellato, man mano che cresceva nei consensi, a torto oppure a ragion veduta. Il “serenissimo” ha mantenuto saldo, in mano alla regione, la rete ospedaliera. L’ha dotata ed ammodernata e laddove ha potuto, ha agito in regime di monopolio rivendicando una presunta superiorità etica dei fini nella “mission” pubblica della sanità. Un’idea, sbagliata, che confonde la “missione pubblica” del servizio sanitario con la gestione statale del servizio medesimo. Insomma: vecchie idee di sinistra in mano a colui che pure si dichiara di destra. Il privato lo ha voluto limitare ai grandi ospedali privati smantellando quel che esisteva sul territorio di più artigianale. Insomma, niente a che vedere con le idee professate, poco più in là, dai suoi stessi amici e sodali del Carroccio.

Un esempio italiano di scuola, l’ennesimo, che mette in luce ormai l’essenza di una politica che è fluttuante e personalizzata, priva di agganci metodologici e programmatici alle cose predicate. Il che si riflette nell’emersione di una vera e propria “babele” di modelli politico-organizzativi a livello territoriale, non solo in sanità. A sostegno di questa anarchia personalizzata, occorre valutare, con una rapida carrellata, lo stato dell’arte dell’organizzazione sanitaria nelle altre regioni del Nord, dal Friuli, alla Valle d’Aosta, super finanziate e sottopopolate, dal Piemonte alla Liguria, con il retaggio organizzativo di un modello Stato-centrico mantenuto intatto.

Insomma ciascuno ha fatto e sta facendo come meglio crede trasformando l’organizzazione sanitaria nel classico vestito di Arlecchino. Tuttavia, in un frangente cosi delicato come la lotta al Covid, lo Stato avrebbe dovuto sospendere, per manifesta confusa inadeguatezza, la delega costituzionale agli enti regionali in materia di Sanità. Se c’è, infatti, un elemento chiaro su questa pandemia è che il SSN è assente in termini di essenzialità ed uniformità dei trattamenti sanitari. Una disarmonia inaccettabile che avrebbe dovuto far assumere al governo ogni decisione, ancorché in aperta collaborazione con quei territori e quegli amministratori. In questo punto di discontinuità ne hanno approfittato per infilarsi gli “sceriffi” alla De Luca e gli scaltri alla Zaia. Quest’ultimo sta correndo sotto vento per mostrarsi poco interessato alla leadership leghista, escogitando soluzioni tanto fantasiose quanto fuorvianti. Equiparare, come ha fatto lui, in omaggio alla celerità degli esiti, i tamponi rapidi a quelli molecolari, è stata una bestemmia, sotto il profilo diagnostico, ovvero della corretta rilevazione del dato epidemiologico. Mettere in mano a farmacisti e veterinari l’esecuzione di quegli stessi test rapidi, ha rappresentato poco più che una stramberia. Ma tutto questo non sembra essere bastato al serenissimo governatore, il quale ha emanato un decreto con cui ha annunciato che saranno messi, ben presto, in commercio test a buon mercato: 3 euro cadauno e “fai da te”. Insomma da decisioni stataliste sugli ospedali alla mano fallace ed invisibile del mercato del “fai un po’ come ti pare”. Mercato certo, ma come quello degli ortaggi in piazza delle Erbe a Verona!!

Il furbo Zaia sta escogitando di tutto per far pesare la sua notorietà. Tenta di emulare il barbaro Brenno che, dopo aver espugnato Roma, gettò la propria pesante spada sul piatto della bilancia, che misurava il riscatto dovuto in oro. Superfluo chiarire che il piatto su cui lancia il ferro è la bilancia della Lega targata Matteo Salvini.