162020Nov
Scuola e sanità ai tempi del Covid

Un giorno gli storici avranno molta materia da analizzare e commentare di questo periodo flagellato dalla pandemia. Non saranno solo note, le loro, riferite agli eventi morbosi, al numero dei morti ed alle responsabilità che determinarono, nella prima fase della diffusione del virus, un incremento abnorme dei decessi per una malattia che, in ogni caso, ha fatto registrare e mantenere bassi indici di letalità, per intenderci, di poco superiori rispetto a quelli segnati dalle influenze stagionali. In Italia, però, tutto si approssima e si adatta alle circostanze delle visioni e degli interessi individuali salvo quando il pericolo viene inteso come grave e diffuso, tanto da travalicare singoli convincimenti e piccole furbizie. Siamo pur sempre nel Belpaese, cari amici.

A chi volete sia interessato, finora, appurare la composizione del cosiddetto Comitato scientifico nazionale, l’organo chiamato a programmare, coordinare, monitorare e contenere la diffusione del Covid? Non un solo virologo, un epidemiologo, un infettivologo di fama, compare in quel nevralgico organismo. Nossignore. Vi siedono solo funzionari ministeriali in servizio oppure in pensione. Qualche nome altisonante, come quello del prof. Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, che di mestiere fa…il pediatra! Nulla di nuovo, insomma, sotto il sole della politica politicante, che ha occupato (e ancora continua a farlo, anche in questo particolare frangente) la nostra sanità. Dopo tutto c’è da distribuire e gestire una montagna di soldi. Questa triste riflessione sembra essere condivisa, ahimè, solo da pochi, mentre foltissima è la schiera di coloro i quali scoprono le falle e le magagne del Servizio Sanitario Nazionale solo quando ne diventano utenti (e vittime al tempo stesso). E’ l’atavica vocazione alla furbizia ed al prudente costume italico di non disturbare le anime elette che detengono il potere alle quali poi, nel momento del bisogno, poter chiedere favori e magari corsie preferenziali, anche di tipo ospedaliero. Parliamoci chiaro: è solo quando il sistema sanitario non è più in grado di garantire queste inconfessabili pretese che molti iniziano a coltivare “in pectore”, l’auspicio che la scena debba cambiare radicalmente. Ma fino a quel momento: “vivi e lascia” vivere è il mantra che detta legge. E’ inutile nasconderci. Diciamocela tutta: nel sistema sanitario, i soldi scorrono a fiumi. Stiamo pur sempre parlando della terza voce di spesa del bilancio dello Stato, con i suoi 120 miliardi di euro. Una cifra che copre il 60 per cento delle spese delle Regioni che, in materia sanitaria, godono di autonomia amministrativa. Autonomia che però, in fatto di gestione, mostra il “fiato corto” di un’organizzazione distrettuale e territoriale dei servizi sanitari smantellata ed inesistente, burocratica e ridondante, avvilita dai tagli lineari operati sulla particolare tipologia di spesa. Un’organizzazione che crolla innanzi ad eventi sanitari e fabbisogno straordinari come l’emergenza Covid. Ecco quindi che la filosofia ospedale-centrica torna a farla da padrona, col suo carico di sprechi e sperperi, con una rete di nosocomi pletorica, inutile ed anche pericolosa per la inadeguatezza sanitaria. Eppure la gente pensa che un ospedale sotto casa sia comodo come un supermercato, un ufficio pubblico, una banca.

E si oppone (fenomeno tutto meridionale) a qualsivoglia volontà di chiudere ed accorpare, ovvero attrezzare e qualificare, la schiera dei plessi ospedalieri. Pronubi i sindacati, medici oppure generali, di ogni foggia e colore che badano alla pagnotta mensile dei propri iscritti.

E veniamo alla Scuola nella quale cambiano gli epifenomeni ma la sostanza è la medesima che in sanità. La “buona scuola” di Renzi, smantellata dai suoi successori e dalla sconfitta referendaria fortemente voluta dai difensori del posto fisso e sotto casa. La Scuola, esatto. Niente test di valutazione dei saperi per i discenti e per quegli asini saliti in cattedra per anzianità; corsi pseudo abilitanti; doppi binari di valutazione a sanatoria dei bocciati al regolare concorso (sic!!). Quel che preme a lorsignori, anche qui, è solo l’occupazione e lo stipendio, peraltro di entità indegna in un ruolo da svolgere per un determinato ceto intellettuale. Tuttavia, è la vulgata diffusa nella scuola, meglio lavorare poco anche guadagnando meno. Allora con le scuole aperte si discetta di pedagogia “pret a porter”, di funzione sociale, di accoglienza e parificazione. Di tutto che non siano didattica ed insegnamento. Insomma: tanti piccoli don Lorenzo Milani del quale prendono le idee che servono ai “fannulloni” che siedono davanti e dietro le cattedre. Anche qui l’italica furbizia consiste nel pensare che ciascuno si debba procurare un sostegno per i propri figli, che, tutto sommato, la scuola li tiene protetti e sicuri nel mentre i genitori lavorano. Arriva il Covid e la scuola chiude. Un ministro, come Lucia Azzolina, che dovrebbe vergognarsi di sedere sulla poltrona ove sedettero, Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Aldo Moro, si trastulla coi banchi girevoli ed ordina improbabili sessioni di didattica a distanza.

Non sono poche le manifestazioni che a vario titolo si stanno inscenando in questi giorni per riaprire le scuole: i ragazzi a casa chi li tiene? Meglio parcheggiarli in quelle aule ove lo studio ed il profitto sono diventati desueti. Come per gli ospedali, anche per la Scuola viene meno la funzione generale che pure quel sistema istituzionale dovrebbe svolgere. Insomma, anche qui il virsu scopre le nostre vergogne.