152020Nov
Onorevoli livree

Non credo ci sia da offendersi quando qualcuno, residente in altre province della Campania, addebita a noi Casertani, un’irrefrenabile vocazione alla subalternità. In particolare, si punta il dito contro l’incapacità dei cittadini di “Terra di Lavoro” di sapersi autodeterminare, rispetto a quella condizione geo-politica, sociale, culturale ed imprenditoriale denominata “Napolicentrismo”. In sintesi: quello di cui più ci si accusa è la scarsa attitudine al gioco di squadra tra politici, istituzioni, sindacati e imprenditori, per proteggere, nei tavoli di concertazione che contano, la rappresentanza degli interessi diffusi e di area vasta. Ma non è un difetto moderno, quanto un retaggio antico peraltro ben noto alla cronaca ed alla storia locale.

La “Terra di lavoro” fu una delle province più grandi d’Italia. Si estendeva dall’ager di Nola fino al borgo di Aquino, oggi ricadente nella provincia di Frosinone (la qual cosa riporta al Casertano l’aver dato i natali al dottore della Chiesa San Tommaso d’Aquino). La riottosità, le divisioni, le limitazioni di visione politica che caratterizzarono i cosiddetti maggiorenti fascisti di questo lembo di terra, indussero, nel 1927, Benito Mussolini a cancellare l’intera provincia, accorpandone una parte a Napoli ed un’altra al basso Lazio. Sia pure molto ridimensionata negli ambiti territoriali, la provincia di Caserta fu ricostituita nel primo dopo guerra. Ora, se è vero che la Storia, lungi dal poter essere “prevista”, lascia tracce importanti per interpretare la vita dei popoli, gli episodi narrati sono più che indicativi di una mentalità che tuttora ci limita e ci divide. Ai giorni nostri non sembrano, infatti, cambiate le condizioni per recuperare autorevolezza politica e con essa quella superiore sintesi di volontà. E’ cronaca delle scorse settimane, infatti, che la corsa delle regionali si sia svolta secondo quelli che erano i desiderata del governatore De Luca, satollo delle tardive e deficitarie proposte del centrodestra, e forte del vento in poppa da Covid-19. Le intemerate televisive, senza contraddittorio di stampa, dello “Sceriffo”, avevano fatto buona presa su di un popolo pavido e tenuto sotto scacco dai toni apocalittici utilizzati dal presidente della Regione. Tuttavia in queste ore comincia a intravedersi come molte delle minacce brandite quasi come una clava dall’ex sindaco di Salerno (dai carabinieri col lanciafiamme, alle chiusure perpetue) erano, in realtà, solo “espedienti” utilizzati e sbandierati per non mostrare il fallimento organizzativo della sanità made in Campania. Parliamoci chiaro: pur avendo ottenuto e poi mantenuta la doppia carica di governatore e commissario alla Sanità, De Luca oggi accampa scuse e mena vanto del nulla di cui pure sarebbe l’unico responsabile. Chi si poteva scegliere in provincia di Caserta il gran timoniere, come interlocutori, se non “personaggetti” che non gli dessero fastidio?

Li ha presi e suddivisi in liste civiche ed a ciascuno, siatene certi, darà una manciata di potere, chicchi di granturco gettati sull’aia a muti astanti. Orpelli ed agi, per intenderci. Ma poco o niente in termini decisionali. Per la serie: non disturbate il conducente! Stessa tattica utilizzata in passato su altri fronti, se vogliamo, quando i casertani Domenico Zinzi e Paolo Romano scaldavano l’autorevolissima poltrona, senza palese costrutto in termini di incidenza decisionale. Fuor di metafora: siamo in pieno dramma Covid e non s’ode, in questi frangenti, una voce che richiami a maggiore impegno per Caserta ed i propri ospedali, che invochi più fondi, assistenza territoriale distrettuale e domiciliare. Insomma: nessuno che dia fastidio o che crei intralcio alla rotta tracciata da De Luca. Non personalizzo mai la politica ed evito di fare i nomi di questi consiglieri regionali che si fregiano, abusivamente, del titolo di “onorevole” sotto il piano formale e, purtroppo sotto quello politico, sostanziale. Avevo, da queste stesse colonne, esortato i rappresentanti della nostra provincia a far prevalere la sintesi decorosa sulle grandi questioni rimaste ancorate al palo nel primo lustro dell’era De Luca: il completamento del Policlinico, l’attivazione dei lavori, sul versante di Caserta, per la realizzazione della superstrada con Benevento, la questione ambientale delle ecoballe e quella delle cave. E ancora: i depuratori, la riqualificazione ambientale del litorale Domitio. Avevo più volte ribadito la necessità che si avviassero indagini, ricerche scientifiche, operazioni di “disinquinamento” sulle popolazioni delle enclavi casertane più inquinate (leggi: “terra dei fuochi”). Così come avevo chiesto si avviasse un patto di sviluppo per rilanciare le attività imprenditoriali, anche di nicchia, in quella area che un tempo fu definita la “Brianza del Sud”. Insomma qualcosa che avesse il sapore della politica pulita e riguardasse gli interessi di Caserta e dei Casertani. Ma nulla di tutte queste richieste ha trovato eco in chi pure, titoli alla mano, avrebbe dovuto farsi portatore di tali istanze presso i piani alti di palazzo Santa Lucia. All’ombra della Reggia dei Borbone non si stabilirono, in maniera stanziale, molti nobili. Questi, infatti, preferivano venirci da Napoli.

Vi alloggiarono, invece, stabilmente, artigiani, artisti e maestranze qualificate. Non erano tra coloro che decidevano ma sapevano eseguire. Non portavano inutili e “onorevoli livree” come taluni eletti del popolo.