142020Nov
La sovranità perduta

In un bella intervista della dr.ssa Stella Egidi, responsabile di “Medici senza Frontiere”, l’organizzazione internazionale che opera in zone di guerra o in altri teatri altamente rischiosi (anche per la gravità dei contagi), appare chiaro che quella in atto è una lotta tra Stati, ingaggiata a suon di miliardi, per accaparrarsi le dosi del vaccino anti Covid. Appare ancora più chiaro, ed al tempo stesso disarmante ed avvilente, come nel campo medico la facciano da padrona i colossi della farmaceutica. In un paese polemico ad oltranza come l’Italia, sia la politica che l’opinione pubblica, hanno spesso dissertato sulla cosiddetta “perdita”, vale a dire la cessione di sovranità verso la Comunità Europea. Polemiche rinfocolate ogni qual volta ci sbattono col muso dentro la montagna di debiti accumulata a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Parimenti le polemiche si spengono quando, con tanto di cappello in mano, bussiamo a denari alle porte della BCE (la Banca Comune Europea) e della Commissione Ue, sciorinando il classico repertorio dei “bisogni italiani”. Per quanto acuminate siano quelle polemiche, nessuno è andato a guardare oltre il rapporto tra Stato sovrano e Comunità Europea. Nessuno che abbia voluto guardare ad altre reali e concrete limitazioni di sovranità alle quali lo Stato stesso si assoggetta. Un’arrendevolezza, una rassegnata accondiscendenza, che credo tragga origine e si rintracci nei bilanci, le donazioni liberali di taluni Ditte, per quasi tutti i partiti politici nostrani. Spesso anche nel finanziamento, da parte dei produttori di farmaci, di grandi convention politiche oppure nel lancio di nuovi “Movimenti” e progetti intestati al Tizio ed al Caio di turno. Parimenti, volendo, lo si potrebbe rintracciare nei Bilanci dei giornali e dei network pubblici e privati, Rai compresa, sotto forma di introiti pubblicitari.

Tuttavia, polemiche a parte, la perdita di sovranità è un fatto reale ed è da questo “conformismo prezzolato” che si sfocia, poi, nei muri di gomma dell’incomunicabilità e delle reticenze delle istituzioni sanitarie “occupate” dalla politica. Alla gente desiderosa di sapere e di capire determinate questioni (leggi: sicurezza dei vaccini, efficacia delle cure Covid, immunità resistente nel tempo) non resta che la protesta, spesso scalmanata ed inopportuna, ma senza alternative. Viviamo in una Nazione in cui per anni abbiamo imbastito processi per guardare dal buco della serratura della camera da letto di Silvio Berlusconi, invocato lotte senza quartiere ai conflitti di interesse. Eppure la politica non ha mai preteso di fare chiarezza su farmaci e sui loro eventi avversi, sulla composizione reale dei vaccini (e sulle conseguenze che spesso colpiscono centinaia di bambini), né si è mai curata di imporre regole trasparenti per il produttore. Uno strabismo del quale pochi hanno il coraggio di parlare e quelli che lo fanno, finiscono sotto la gogna dello sberleffo e della critica interessata, proposta nei programmi TV, dei “maître a penser” di turno della virologia, dell’immunologia di palazzo. Una categoria di scienziati, quest’ultima, adeguatamente sostenuta da Big Farma, pagata sotto forma di consulenti di grandi case farmaceutiche oppure come beneficiari trasferiti in ben retribuiti posti nelle Agenzie Internazionali per il farmaco . Non mancano neanche i casi eclatanti, di volti noti della scienza che operano in proprio con la fabbrichetta di famiglia e lavorano a cottimo.

Insomma: nel Paese del sospetto, della magistratura più inquirente che ci sia, che smanetta e si intromette ovunque, nessuno è in grado, ancora oggi, di esibire un’analisi completa della esatta composizione del farmaco-vaccino, a discapito del vincolo di controllo che pure deriverebbe dalla farmaco-vigilanza. Perché continua l’aporia giuridica per i produttori di essere esentati dall’esibire analisi complete sul prodotto finito a differenza di coloro i quali, ad esempio, producono e dichiarano tutto in etichetta, su yogurt e formaggini?

Eppure mi direte che la ricerca costa e che occorre molti soldi. Certamente!!! Ma gli Stati, in taluni circostanze, possono vincolare le licenze dei farmaci se vogliono, secondo i trattati del Wto (l’organizzazione del Commercio Mondiale) evitando, così, di doversi genuflettere al cospetto dei produttori. Pensate: la nostra ministra europea Christine Lagrange ha anticipato ai produttori di vaccini 200 milioni di euro ed altre ingenti somme sono state anticipate dagli americani alla Pfizer, per accaparrarsi le dosi del vaccino anti-Covid di cui tanto si sta parlando in questi giorni. Tuttavia non c’è ancora un solo rigo di letteratura scientifica sull’efficacia di questi farmaci, apoditticamente efficaci, ma molti ancora sono i dubbi che il vaccino non dia quell’immunità permanente che tutti quanti si augurano. Né si crede che il prodotto messo a punto dalla Pfizer possa “agire” in sicurezza sugli asintomatici che con la vaccinazione rischierebbero di trasformarsi in “untori”. E che dire degli anti virali, altro capitolo dedicato? Pensate: un flacone di Remdesevir costa oltre 26mila euro ed è a malapena sufficiente a curare due/tre persone. Perché, è la domanda, non produrlo con altri farmaci su più vasta scala, coinvolgendo strutture pubblico-private? Già. L’industria farmaceutica, come in tutti i capitalismi senza lo Stato che detta le regole, incasserà solamente. Tanto, alla fine, i soldi li stanno mettendo gli Stati: miliardi di dollari per sperimentare sei tipologie di vaccini.

Alzi la mano chi crede più nelle chiacchiere sulla sovranità fatte dai politici e non al comparaggio immondo e trasversale che paralizza coscienze e governi.