102020Nov
Ippocrate ed Arlecchino

“Se non impareremo a dire cose che spiacciano a qualcuno, non impareremo mai a dire tutta la verità”. Con questa esortazione don Lorenzo Milani, pedagogo, fondatore della scuola di Barbiana, esortava i suoi studenti ad esprimersi in piena libertà. Un segno di coraggio già a quei tempi per un mondo, quella della scuola italiana, in cui conformismo e classismo la facevano da padrone. E tuttavia quella “scuola” aveva ancora un suo tessuto culturale, una Didattica con la D maiuscola, una missione assegnata: istruire ed educare possibilmente tutti quanti. Nessuno escluso. Ora che in nome di don Milani – malamente utilizzato e sfruttato per il più becero pedagogismo e la trasformazione della scuola in un luogo di accoglienza, prima ancora che di studio, di ammortizzatore sociale per un certo ceto laureato (perlopiù meridionale) e a vario titolo “sanato” in cattedra – gli effetti di una diffusa ignoranza si manifestino in ogni ambito sociale, è cosa senz’altro grave. Purtroppo, in una società ove tutto è agevolato dalla tecnica e poco o niente dalla sapienza, si evidenzia sempre più il nesso concatenato tra scuola, istruzione, professioni, arti e mestieri. Fuor di metafora. Un virus, un evento mortale tanto diffuso come quello che stiamo vivendo in questa fase caratterizzata dalla diffusione del Covid, viene ad incidere non solo sulla carne delle persone malate, ma anche sulle debolezze e le inadeguatezze della società e soprattutto dei sistemi sanitari sui quali, per anni, abbiamo baldanzosamente edificata un’idea autoreferenziale di efficienza e di primato. Solo la luce del dramma può riportare i contorni al loro originale spessore, conferendo realtà alle cose edulcorate e raccontate come conveniva a coloro i quali le avevano così perseguite e costruite.

Viviamo in un epoca di trasformazione, vittime di una pandemia subdola e persistente che non riusciamo a fronteggiare con adeguati risultati nel mentre nella lontana Cina, ove il morbo pure ebbe origine, l’epidemia sembra ormai solo un lontano ricordo. Il sistema sanitario italiano, volutamente decentrato e regionalizzato, sta mostrando tutti i suoi limiti che sono poi i limiti stessi delle regioni e del loro carico di pesantezza burocratica e di centri di costo duplicati ed ormai fuori controllo. Non scopriamo certo l’acqua calda se in Calabria non si riesce neanche a calcolare il reale ammontare del debito sanitario, occultato dal malaffare e dalla politica che lo sfrutta, con un generale dei carabinieri (dimissionato nei giorni scorsi) mandato a presidiare ospedali che andrebbero, invece, gestiti da manager esperti, provenienti magari dall’altro capo dello Stivale, senza le solite intercessioni e le compromissioni che sempre più condizionano le nomine in ambito politico e sanitario. Ma sui legami tra politica politicante e gestione dei miliardi di euro della spesa sanitaria, la terza per entità in bilancio statale, abbiamo già detto più volte per poterci ripetere ancora. Oggi il ragionamento non può limitarsi sempre e “solo” a girare intorno alla strutturazione del Sistema sanitario italiano, alla pessima riuscita del trasferimento delle competenze dallo Stato alle Regioni, ai suoi dispendiosi apparati, alla mancanza (ben nota) di interesse al Sud dei politici a chiudere nosocomi inutili se non pericolosi ma perenni rendite elettorali, sostituendoli con centri di eccellenza e la medicina territoriale. Dati antichi e ben noti di un sistema che si adegua e tira a campare. Un sistema che non vuole e non può trasformare l’assistenza da “ospedale-centrica” a distrettuale come avviene al Nord.

Oggi bisogna capire, piuttosto, che fine abbiano fatto quelli che avrebbero dovuto essere i protagonisti del sistema. Dovremmo chiederci cosa fanno quei signori medici che da anni vengono selezionati ed al meglio preparati in università più confacenti e ricettive di quelle di un tempo. A partire dal caro vecchio medico di famiglia intorno al quale, per un secolo abbondante, il sistema si è retto e sostenuto. I medici condotti, gli ufficiali sanitari, i medici scolastici: tutti presìdi decentrati di una rete territoriale efficace ed efficiente che curava la povera gente ovunque questa fosse dislocata. Senza altisonanti formule Bocconiane solo con buon senso e cultura medica. Oggi bisognerebbe chiedere alla categoria medica, a cominciare da quella che opera sui territori, perché si è fatta confinare ai margini di un sistema ragionieristico e burocratico, nel quale i “camici bianchi” contano, ormai, quanto il due di briscola? È convenuto alla classe medica sindacalizzare ogni aspetto che la riguardasse perché tutti i salmi finissero in gloria di un aumento della busta paga? Fior di professionisti si sono ritrovati avviliti, sepolti dalle montagne di adempimenti burocratici di una sanità affogata da budget e dai tagli per debiti prodotti altrove. Perché lo si è consentito, a chi è’ convenuto? Razionalizzare ha significato cancellare libera iniziativa professionale, mettere sotto scacco scienza e coscienza professionale. Così come accade in quegli ospedali ove i medici si sono visti contabilizzare, a piè di lista, gli elenchi di spesa senza alcun criterio e senza potervi mettere becco.

Ciascuno ha pensato alla propria briciola ed il resto in malora. Eppure hanno giurato su Ippocrate, il celebre greco capostipite della moderna medicina, che avrebbero curato senza altro indugio ed altro calcolo. Ma questa è l’Italia di Arlecchino non quella dei grandi medici della Storia.