32020Nov
La borsa di Mosca

Era da poco caduto il Muro di Berlino e con esso il Comunismo sovietico, un regime che aveva imprigionato centinaia di milioni di persone sia nell’Urss, sia nei cosiddetti dei “paesi satelliti”, sottoposti sia alla gogna da Stalin sia al “peso” dei carri armati dell’Armata Rossa. Secondo gli storici bene informati, quell’evento di così gran levatura storica, fu accelerato non solo dal logoramento di un regime ormai ottuagenario, quanto dalla possibilità di rompere il silenzio e lo squallore della censura. Insomma: più di tutto potettero i…fax. Questi ultimi, introdotti clandestinamente al di là della cortina di ferro, consentirono la circolazione di notizie che in altra epoca sarebbero state sconosciute o censurate. Non fu un caso che quello che per prima si trasmise clandestinamente fu il libro di Boris Pasternak, il “dottor Zivago”, che raccontava, con puntualità di particolari ed acutezza di pensiero, l’instaurarsi del regime bolscevico e la dittatura del proletariato in quella che era stata la terra degli zar.

Poco tempo prima ad ereditare la guida del Pcus (il Partito comunista sovietico), peraltro guida spirituale di tutti gli altri partiti comunisti, fu il segretario generale Michail Gorbachev. Questi incalzato anche dalle ormai libere e pubbliche posizioni alternative e molto più libertarie di Boris Eltsin non poté sottrarsi alle conseguenze di un rinnovamento radicale. Fu nell’enfasi delle liberalizzazioni politiche che stravolgevano il passato e dell’aria di rinnovamento liberale che si respirava, in quegli anni, al Cremlino, che il segretario di quello che era stato il Pcus decise di aprire in pompa magna, una borsa valori e di libero commercio a Mosca. Insomma il libero mercato di concorrenza. Un gesto eclatante per dimostrare al mondo intero ed ai “nuovi” partner americani, che il cambio di regime era irreversibile e che corrispondeva anche ad una cambio del regime economico. Dall’assoluta proprietà dello Stato di ogni genere e bene di servizio, dal controllo di ogni ambito produttivo e distributivo della ricchezza, si sarebbe dunque passati alla legge della domanda e dell’offerta. Un coro di consensi vennero da tutti gli stati occidentali (a regime liberal democratico) ed altri ancora da intellettuali ed economisti di ogni genere e colore politico. Insomma: il Comunismo stava passando di moda. Tutti applaudirono. Una sola voce, però, si levò a richiamare l’inutilità di quel gesto.

“Lo Stato – disse Karl Raimund Popper – è un male necessario e come tale va limitato a vantaggio della libertà degli individui, anche quella che consente ai medesimi individui di intraprendere e produrre ricchezza. Senza Stato, però, non esiste il mercato”. Era questo l’ammonimento del filosofo. Lo “stato di diritto”, le istituzioni libere e democratiche, sono le uniche a poter garantire la libertà e la sicurezza degli scambi mercantili e quindi l’esistenza stessa di leggi che consentano al libero mercato di poter dispiegare i suoi benefici ai consumatori ed ai produttori. In sintesi: in quella sede della capitale russa adibita a Borsa valori non sarebbero mai potute arrivare offerte di acquisto e di vendita di bene e servizi senza la presenza delle leggi di uno Stato che eliminasse l’arbitrio e l’abuso dal commercio. Un caso, racconta Popper, che si verificò già agli albori della storia dei popoli quando le navi fenicie che solcavano i mari portavano ad Atene quel che poi lì si sarebbe commerciato. Fino a quando le stesse navi non cominciarono a rapire oppure ad acquistare e vendere fanciulli e fanciulle greche, trasformando le persone in merce e il libero mercato in malaffare.

Insomma: nessuno più di un liberale conosce l’importanza dello Stato e del Governo. Nessuno più di un liberale combatte l’incidenza ed i soprusi sui diritti naturali di cui l’uomo è portatore. Perché tutta questa premessa, sulla necessità di dover conciliare Stato e Mercato? Perché non è ininfluente su quanto stiamo patendo ed abbiamo patito, in questi mesi, di emergenza Covid 19, in un sistema sanitario in mano allo Stato ma non rispondente alle garanzie del cosiddetto “stato di diritto” e della libera concorrenza in Sanità. Eppure dobbiamo necessariamente piegarci a scelte non condivisibili ed approssimative. Volete un esempio? Bene. Andate a controllare chi sono i componenti del Comitato Tecnico Scientifico (Cts), lo speciale organismo chiamato a “sovrintendere” la pandemia. Scorrendo i nomi vi accorgerete che mancano virologi, epidemiologi, biologi, igienisti di fama, e che solo pochi di quei membri hanno pubblicazioni e citazioni su lavori scientifici svolti. Rari quelli che tali titoli li hanno maturato nel campo specialistico necessario. Un imprenditore privato avrebbe scelto quei nomi tra quelli disponibili per avere migliori consigli ed opportunità? Mi direte che è lo Stato che sceglie, e vi rispondo che lo stesso chiama a presiedere il CTS un emerito “Carneade”, proveniente dalla Protezione Civile, con zero pubblicazioni e zero citazioni in letteratura medica.

Ci può stare bene anche lo Stato a gestire l’emergenza, ma questi non può pensare di aprire, con scelte tanto approssimate ed inconcludenti, una…Borsa valori a Mosca e farcelo credere!!