22020Nov
Ripensare la Sanità

Più facile rompere un atomo che vincere un pregiudizio. Così Albert Einstein soleva dire, innanzi all’incredulità di quanti, abbarbicati a convincimenti antichi e sedimentati negli anni, manifestavano una serie di pregiudizi, anche innanzi all’evidenza dei fatti. Dovremmo forse ringraziare la sventura del Covid se un giorno, politici e gente comune, prenderanno atto che il cosiddetto modello sanitario universale, quello che avrebbe dovuto proteggerci dalla culla alla bara, indipendentemente da ogni altra considerazione, è miseramente fallito. È accaduto soprattutto dove questo sistema viene gestito in regime monopolistico assistenziale da uno Stato, questo il primo limite, che ha rinunciato ad inserire nel sistema medesimo ogni criterio di rilevazione del merito, dell’efficienza, della competenza e della compatibilità economica di quanto pretende di dover garantire, almeno teoricamente. Non tutti i lettori sapranno che per garantire lo stesso identico standard di prestazioni sanitarie sul territorio nazionale, lo Stato emana i cosiddetti Lea (livelli essenziali di assistenza), che dovrebbero assicurare un identico trattamento da Aosta a Marsala. Tuttavia lo stesso Stato pretende poi di realizzare questo alato proposito facendo parti eguali tra diseguali, nel distribuire il fondo sanitario alle regioni.

Il riparto non tiene conto della differenza di ricchezza esistente tra le Regioni ed usa criteri che favoriscono Nord meglio organizzato. Per cui l’unica cosa che viene realizzata è l’autonomia regionale e non certo l’erogazione di prestazioni e qualità dell’assistenza. Queste ultime restano, per capirci, molto più vantaggiose per i Valdostani che per i Siciliani. All’interno di questa disarmonia del finanziamento, si registra di tutto e di più, come se l’assalto alla diligenza dei bilanci delle Aziende Sanitarie potesse essere configurato come uno sport per compassati gentleman in camice bianco. Il presupposto, ecco il secondo limite del sistema, nasce dal pregiudizio che essendo la sanità una pratica monopolista dello Stato, i denari siano pubblici (meglio dire dei contribuenti) e come tali soggetti ad essere dispersi in mille rivoli e progetti senza criterio di verifica e controllo. All’interno delle Asl, la classe sanitaria, questo il terzo limite del sistema, non conta un fico secco. Coloro che la sanità la praticano e la realizzano, non decidono nulla sulla sanità stessa se non attraverso le posizioni apicali occupate da medici, perlopiù di nomina politica, secondo quanto deciso col “Manuele Cencelli” per la spartizione del potere. Senza questa amara ma veritiera disamina, non potremmo giungere alla comprensione dell’esistente, dei guasti che si riversano sulla pelle dei malati. Insomma, gli sperperi e gli sprechi di un sistema che non ha alternative (se non entro angusti limiti di spesa fissati solo per il comparto a gestione privata, dal concorrente statale stesso!) che nega o limita la libertà di cura. D’altronde sono i guasti di ogni gestione statale in regime di monopolio.

A rifondere i debiti, deve pensarci quello stesso contribuente a cui è stato sottratto il diritto di scegliersi luogo e professionista per curarsi. A chi serve tutto questo? È nell’interesse del malato essere all’interno di un regime monopolistico che fa e disfa come crede? Perché il regime di sana e corretta competizione sotto l’imperio della legge e controlli terzi dello Stato deve essere considerato una iattura in un sistema che casca a brandelli? Perché non responsabilizzare il cittadino nella spesa sanitaria facendogli gestire parte del fondo a lui dedicato per gli eventi non gravi, non urgenti e non complessi? Eppure il sistema sanitario impiega ben centoventi miliardi di euro all’anno, una cifra in continua espansione insieme al debito accumulato. Insomma un sistema nel quale chi usufruisce di prestazioni sanitarie non ne conosce il costo!!!

E veniamo alla Campania dove il buon De Luca non ha chiuso un solo ospedale di quelli inutili e pletorici, né ha trasformato in centri di eccellenza quelli che si sarebbe dovuto razionalizzare. Nella nostra regione abbiamo ancora una novantina di nosocomi gran parte dei quali inutili se non pericolosi. Chiusure e restyling? Le imponeva la demagogia elettorale e la rendita che ne consegue. Ascoltare le intemerate del governatore che parla senza contraddittori in tv, ci ricorda il peggior Berlusconi, ma nessuno fiata. Lo sceriffo conserva ancora l’aura dell’uomo di sinistra, mette i magistrati in giunta, oppure alla guida del “proprio” partito politico. Insomma si cautela.

Ma non può al contempo sottrarsi al giudizio politico, egli che ha voluto tenacemente essere anche commissario per la sanità in Campania. L’aumento a dismisura dei positivi paucisintomatici, oppure asintomatici, dovrebbe indurre qualcuno a ragionare sul paradosso che il virus non lo si può arginare ed è peraltro inutile farlo. Occorrerebbe aver fatto la scelta a suo tempo verso la medicina del territorio potenziando quel tipo di assistenza senza riconfermare lo stato dell’arte intorno alla spedalità pubblica e privata. Tanta gente è stata abbandonata a se stessa, chiusa in casa. I medici di famiglia scappano con grande decoro innanzi alle chiamate, peraltro sovraccaricati di mansioni non essenziali (vaccini ed esecuzione di test rapidi).

I Distretti sono organi burocratici in mano ai burocrati. Provate ad andarci e troverete un medico ogni dieci impiegati amministrativi. Insomma: l’apoteosi dello Statalismo.