302020Ott
La Servitù protetta

Sono lontani gli anni in cui il rapporto tra potere politico e potere giudiziario era di segno diametralmente opposto rispetto a quello attuale. Un’epoca in cui (l’orologio della storia ci riporta all’ultimo quarto del secolo scorso) Aldo Moro, difendendo il ministro della Difesa Luigi Gui ed il capo dello Stato di allora, Giovanni Leone, dall’accusa di peculato (i due furono poi assolti con formula piena con grande disappunto del partito comunista che aveva speculato non poco sulla situazione), ebbe a pronunciare in Parlamento la fatidica frase: “Non ci faremo processare nelle piazze”. Erano anche quelli i tempi in cui Ciriaco De Mita teorizzava il finanziamento ai partiti da parte di enti ed aziende di Stato (come compito para-istituzionale delle medesime) e Bettino Craxi, rivendicando l’autonomia, l’unicità ed il valore della politica, sosteneva la tesi che l’intervento della Magistratura dovesse essere circoscritto ad eventi che non potevano in alcun modo influenzare gli esiti della Borsa e quindi gli interessi della Nazione. Insomma si capiva fin troppo chiaramente che il potere politico sovrastava quello delle toghe cui veniva affidato, di fatto, il compito di limitarsi a “giudicare” atti di natura delinquenziale o fatti politici di natura eversiva, per fare fronte alla crescente minaccia del terrorismo.

Nessuno, insomma, si sarebbe mai aspettato che un intervento del potere giudiziario avesse potuto modificare radicalmente le decisioni politiche e finanche gli esiti del responso elettorale. Ci pensarono, allora, i cosiddetti “pretori d’assalto” ad intervenire nell’ambito politico legislativo entrando a gamba tesa in quelle materie ove vi era carenza e confusione nelle decisioni del legislatore. Omissioni spesso consapevolmente determinate dal ceto politico per favorire interessi di blocchi elettorali, sindacali e clientelari che erano tutelati da una qualunque delle principali forze politiche, comprese quelle di opposizione. Cominciò così la lotta tra i due poteri costituzionali suscitando, a quel tempo, anche consensi ed approvazione di larghi strati della popolazione che, strumentalizzazioni politiche a parte, si schieravano dalla parte dei giudici e delle loro decisioni. La politica reagì a quelle ingerenze cominciando a mostrare il volto della protervia, fino ad eccedere i limiti, trasformando le guarentigie costituzionali in immunità permanente effettiva. Il sistema politico parlamentare, nel suo complesso, non ritenne di dover moderare il proprio modo di fare, né di evitare l’accaparramento dei finanziamenti occulti o di combattere le pratiche del “potere per il potere” e della politica senza presupposto etico.

Come ebbe a dire in seguito Bettino Craxi, con la coscienza tranquilla che al fenomeno del finanziamento occulto aderivano tutte le forze politiche parlamentari: “il denaro in politica è l’equivalente degli armamenti in guerra”. Questi i presupposti che portarono a “Tangentopoli”. La beffa per la politica fu costituita dalla circostanza che, in quegli anni, i processi si basarono sulla violazione della legge fatta dal Parlamento sul finanziamento pubblico dei partiti politici.

Da allora il piano inclinato sul quale, via via, sono scivolati autorevolezza, prestigio e moralità della politica è stato sempre più ripido. Un costume nazionale diffuso, basato anche sulla connivenza di gran parte degli imprenditori e dei beneficiari di tale sistema che erano inseriti nei gangli della società italiana. Fu questo il viatico che armò la mano dei magistrati facendo assumere a quell’ordine dello Stato un ruolo di indiscusso potere. La politica, per mostrarsi pronta alla redenzione, si spogliò delle guarentigie costituzionali (immunità parlamentare) e nel contempo, con una serie di provvedimenti legislativi, potenziò il potere delle toghe fino a farlo diventare assoluto e, come tale, sempre esente da responsabilità. Una tragedia per la nostra democrazia prima ancora che per la classe politica in campo, soggetta alle determinazioni, ai provvedimenti (spesso spettacolari e privi di costrutto reale) dei magistrati capaci finanche di arrivare ad inficiare gli esiti elettorali se non condizionandoli. Se un potere di tal fatta cambia la politica stessa, non può che diventare esso stesso “espressione politica”, orientata a perseguire scopi ed esiti che non hanno niente a che fare con le garanzie e la tutela dei diritti dei singoli cittadini. Il “caso Palamara”, gli intrallazzi di potere ai quali la Magistratura è anch’essa adusa, altro non è che la punta di un iceberg. La politica ed il Parlamento, decurtato della rappresentanza popolare, sono ormai una servitù protetta del sistema. Una condizione subalterna, un ruolo che certo ben si attaglia a questa classe di politici. Ma la tragedia consiste nel fatto che con questo strapotere ed invadenza della Magistratura nella vita politica italiana, non si potrà produrre altro che una tipologia di politici adatti alla servitù protetta ed imbelle.