292020Ott
Salvare la Terra

Non avrei mai pensato di dover utilizzare toni allarmistici per descrivere la sorte dell’umanità minacciata dal degrado biologico. Come tanti altri milioni di persone, cosiddette di buon senso, avevo immaginato che la nostra madre Terra potesse, alla fine, salvarsi dallo sfacelo ambientale. Ero convinto che l’Uomo, sia pure nella propria innata stoltezza, avrebbe posto riparo alla decadenza ed all’usura di determinati parametri vitali, con l’ausilio constante della tecnologia e del cosiddetto “progresso”. Non mi ero accorto, ahimé, che taluni limiti erano già stati superati e che, in alcuni casi, le trasformazioni ormai irreversibili, avevano provocato danni gravissimi al Creato. Tuttavia, pur a fronte di questo quadro, ulteriormente aggravato dall’emergenza epidemiologica in atto, non mi pare di aver colto un aumento, reale e concreto, dell’attenzione, da parte dell’opinione pubblica e dei principali governi delle nazioni cosiddette progredite, nei confronti di queste tematiche che pure sarebbero urgenti e contingenti.

Va ricordato che nel secolo scorso prese vita una forte corrente ecologista che seppe travalicare anche i limiti dell’associazionismo “scontato” degli enti morali, facendosi movimento politico nel vero senso di rappresentanza di taluni segmenti della società. Partiti verdi ed ecologisti nacquero ovunque in Europa e conquistarono anche consensi e voti, tanto da poter entrare a far parte di governi e Parlamenti in realtà come Germania, Italia, Inghilterra e nei paesi scandinavi, dove seppero rivelarsi determinanti favorendo l’adozione di provvedimenti legislativi volti alla tutela dell’ambiente. Di quella stagione è rimasto ben poco. Eppure, a casa nostra, non mancano le zone interne e quelle marine protette, luoghi palustri ove nidificano specie pregiate, ove la biodiversità è tutelata e protetta. Un’ampia gamma di opportunità paesaggistiche e faunistiche per sviluppare e diffondere una “coscienza ambientalista”. Tuttavia, costa dirlo, il BelPaese è anche luogo di devastazione, incuria e forte inquinamento in molte sue parti, lamentando il poco invidiabile record di possedere oltre venti “Terre dei Fuochi” a cominciare dal profondo Nord (Brescia, Bergamo, Mantova). Lì, in quelle province, la vicenda Covid ha assunto toni esasperati e drammatici – al di là delle responsabilità che andranno individuate (per la mancanza di una corretta diagnosi sulle cause di morte da SarsCov2 e le mancate idonee cure) – per l’inquinamento ambientale. Nessuno più ci irride e ci contesta come fecero parecchi “scienziati” telegenici, allorquando parlammo del virus autoctono che caratterizzava il morbo in alcune zone della pianura padana, fin dagli ultimi mesi del 2019 e quando, da queste stesse colonne, collegammo la presenza del Covid in quelle zone, al forte inquinamento presente nei terreni concimati con fanghi industriali e rifiuti farmaceutici. Polveri sottili e nano particelle che, disperse nell’aria, avevano fatto da volano alla diffusione del virus aumentandone anche la letalità. Per farla breve: un nuovo importante settore della Biologia, l’Epigenetica, ci aiutava a fare piena luce sui danni che le sostanze tossiche e nocive disperse nell’ambiente erano in grado di arrecare al nostro patrimonio cromosomico. Una vera e propria tara biologica destinata purtroppo a trasmettersi alle future generazioni. Insomma siamo alle corde!!

O nasce una nuova coscienza consapevole che l’ambiente può essere un fattore risolutore di benessere per il genere umano, oppure diventeremo, per caso o per necessità, cosa molto diversa da quello che milioni di anni di evoluzione hanno determinato per noi sulla faccia della Terra. Ma non bastano l’allarme lanciato dagli scienziati, gli accorati appelli della Chiesa, delle istituzioni e delle associazioni, per esimerci da un futuro nel quale il nostro stesso patrimonio genetico sarà profondamente cambiato e con esso l’instaurarsi di malattie anche di natura batteriologica e virale. È bastato un piccolo coronavirus, proveniente da un’altra specie, per procurare una pandemia costata migliaia di morti in tutto il mondo. Allora, insieme alla coscienza ecologista, deve tornare a nascere anche un movimento politico che sia in grado di orientare le decisioni dei governi, di portare nelle aule parlamentari conoscenze e proposte di legge adeguate. Un ecologismo che unifichi sotto un un’unica bandiera le migliaia di coscienze e di movimenti sorti a tutela della salute umana e della consapevolezza scientifica. Sarebbe anche un bel modo per accantonare buona parte di quella classe politica che ha miseramente fallito.