232020Ott
Si salvi chi può

Correva l’anno 1970 ed ancora erano vivi in Italia gli echi politici e sociali della rivolta studentesca che avrebbe cambiato radicalmente molte cose fuori e dentro le istituzioni scolastiche, le famiglie ed i luoghi di lavoro. In quell’anno gli italiani furono chiamati per la prima volta a votare per eleggere assemblee, giunte e presidente delle Regioni. Cominciò in questo modo, quasi come un evento elettorale di carattere secondario, il completamento del decentramento amministravo dello Stato indicato dalla Magna Carta costituzionale.

Per molti anni le Regioni erano state guardate con sospetto dal centro che temeva quelle a maggioranza della sinistra, e dalla destra come elementi disgregatori dello Stato. Più tardi, divenute centri di spesa autonomi, alle Regioni è stata imputata la dissolutezza finanziaria e l’accumularsi dei debiti, riversati poi sul bilancio dello Stato. In ogni caso gli enti regionali hanno dato vita a movimenti di natura federalista, se non secessionista, come nel caso della Lega di Bossi, a disparità di ricchezza prodotta e di condizioni di vita acuendo il divario tra il Settentrione ed il Meridione. Sono enti che gestiscono bilanci miliardari, soprattutto composti dal fondo sanitario loro assegnato. Tuttavia, neanche i più catastrofisti tra i detrattori delle Regioni, che al sud sono piene zeppe di burocrazia parassitaria, non avrebbero mai osato pensare che lo Stato sarebbe giunto ad abdicare al proprio diritto-dovere di imporre a ciascuno di queste una politica di emergenza sanitaria univoca e parimenti efficace come accaduto con l’ultimo DPCM di Conte. Attenzione: non si tratta d’essere nazionalisti o, peggio ancora, statalisti, di credere o meno nel centralismo oppure nel principio di sussidiarietà decisionale, per rilevare che è un atto di governo inaudito quello di lasciare alle singole Regioni la facoltà di limitare le libertà di spostamento, indicendo addirittura un coprifuoco e, con esso, il blocco di numerose attività che nelle fasce orarie serali e notturne potrebbero prosperare. Insomma, innanzi alla necessità di dover proteggere tutti gli italiani in egual misura dalla diffusione del Covid, lo Stato consente che si parcellizzino i provvedimenti e si differenzino per realtà territoriali. Siamo di fronte all’abdicazione di un criterio unitario che rende omologhe le garanzie e le opportunità di tutela della salute, così come siamo innanzi alla perdita della autorevolezza dello Stato e di coloro che lo governano declinando le proprie responsabilità costituzionali.

Non amiamo le tinte fosche, il catastrofismo di maniera e gli allarmi di circostanza e da queste stesse colonne abbiamo sempre invocato prudenza, equilibrio e certezze nella lotta al virus. Non abbiamo mai aumentato la dose di allarmismo, di paura insensata che ormai pervade la stragrande maggioranza degli italiani, quanto spiegato le ragioni di talune esagerazioni precauzionali e la loro inutilità, informato il lettore sulla reale portata delle cifre diffuse sulla letalità del virus e le vere cause anomale dei decessi nella prima ondata della pandemia.

Oggi, però, ci troviamo a dover fare il contrario, lanciando l’allarme per un’ulteriore frattura costituzionale, una lesione delle libertà individuali, prerogative poste nelle mani dei Governatori delle Regioni, che hanno abbondantemente guadagnato, elettoralmente, dal clima di paura lievitato durante la quarantena. Decisioni che in Campania hanno assunto aspetti cervellotici e forse originati dalla fobia del contagio che potrebbe aver colpito anche Vincenzo De Luca, che riduce al minimo le attività di rappresentanza esterna. A cosa serva impedire la circolazione delle persone tra le province della Campania lo potrebbe spiegare solo uno psichiatra, non certo un epidemiologo oppure un virologo. Si potrà uscire ed entrare a piacimento dalla nostra regione, ma non circolarvi dentro!

E cosa dire dell’aumento dei positivi al tampone, ritenuto un elemento di peggioramento dell’epidemia, quando quasi la totalità dei positivi è asintomatica? A cosa serve proteggere gli asintomatici e trascurare cordoni sanitari mirati per le fasce fragili e deboli della popolazione, quelle, per intenderci, che corrono i rischi più seri in caso di contagio? Perché non farli identificare ed elencare dai loro medici di base per prenderli in carico adeguatamente? Perché ignorare che l’estensione della possibilità di eseguire test rapidi e fallaci in farmacia e tamponi da parte di tutte le strutture sanitarie private, senza preventiva verifica dei loro requisiti tecnici e di qualità, ha di per se stesso creato frodi ed analisi farlocche come quelle di spacciare i test rapidi come esami tamponi in PCR?

Un caos che certo aumenterà con l’avvento delle sindromi influenzali che spesso saranno scambiate per casi di Covid. Insomma, siamo al si salvi chi può!