42020Ott
Capitan Achab

Esorcizzato, si spera per sempre, il fantasma del Comunismo, quale dottrina liberticida ed ontologicamente irrealizzabile, un altro spettro agita i sonni di coloro i quali dicono di praticare le cose della politica. In quel novero vanno scartati i personaggi d’accatto e i tanti somari che pure indegnamente siedono nelle Aule parlamentari come prodotto ultimo della rivoluzione farlocca a 5 stelle. Il fantasma è il relativismo dei valori. Sonni tranquilli, purtroppo, sono invece quelli vissuti dalla stragrande maggioranza degli italiani. Sia i furbi che non s’immischiano (se non per chiedere favori al governante di turno), sia i pavidi e gli ignavi (che egoisticamente non spendono uno solo dei propri talenti personali e culturali, per concorrere ad edificare il bene comune). C’è da chiedersi: perché il fantasma del relativismo, che oggi turba ed intorbida la politica, dovrebbe preoccupare gli italiani? Lo spiegano due maestri del pensiero umanistico: Joseph Ratzinger, Papa Emerito, e Marcello Pera, filosofo laico liberale. Il primo dichiara che l’anima dei credenti è come una navicella sballottata dalle onde, che si lascia trasportare dalla dittatura del relativismo, dove tutto diventa buono ed utilizzabile per gli scopi prefissati.

Il secondo sintetizza tale dottrina come l’equipollenza dei valori e l’equivalenza delle culture. Due pensieri che interessano certo anche la politica, campo in cui l’etica pubblica viene trasfusa nelle leggi che la politica stessa decide di adottare, influenzando e condizionando in tal modo la Nostra vita di tutti i giorni. Un lungo preambolo, il nostro, indispensabile per far comprendere al lettore il segno dei tempi che stiamo vivendo. Si tratta, in sostanza, del retaggio di un convincimento fallace e relativistico che ritiene equipollente ogni ideale ed equivalente ogni persona. O, se preferite, la famosa teoria che basti l’onestà ed il buon senso per governare la Nazione. E’ sufficiente leggere il giornale per accertarsi che le dichiarazioni di taluni leader sono raffazzonate, prive di alcuna idealità e senza bussola. Cominciamo dalla parabola e dalla debacle elettorale dei 5S: un movimento, il loro, che è venuto meno a quasi tutte le promesse della vigilia. Casaleggio ha deciso di ridurre i servizi erogati dalla piattaforma Rousseau essendovi una brigata di morosi e quindi di mancati introiti per l’usufruttuario dei grillini.

I gruppi parlamentari sono andati in frantumi nel mentre Di Battista ha tirato a sfasciare quel che rimaneva del M5S denunciando il tradimento delle origini. Ed ha preso le distanze anche Beppe Grillo, sodale e socio di Casaleggio, obliquo ed ondivago personaggio, travolto dalla notorietà politica nel momento stesso in cui aveva perso quella del comico. La discussione tra i grillini è tesa a stabilire se il Movimento debba trasformarsi in un partito di centro moderato oppure continuare a cavalcare le frange più intransigenti che preferiscono l’alleanza con il Pd e la sinistra. Insomma: eccoli i nodi del qualunquismo che vengono al pettine nell’ambito di un sistema elettorale, quello proporzionale, sbandierato e preferito dai pentastellati, che esalta le individualità e la frammentazione. Piano però. I 5S non sono gli unici ad avere problemi di orientamento e di scelte di posizionamento. Anche nella Lega il fuoco cova sotto la cenere. Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia hanno, infattti, proposto questioni di identica natura e l’ex sottosegretario del Carroccio ha addirittura invitato Matteo Salvini a mettere la barra al centro.

Anche in questo caso si è invocato l’abbandono della posizione più vicina alla destra di Meloni ed a quella di Marie Le Pen, indicando nel proporzionale puro la necessità di occupare spazi centrali e moderati. Anche in questo caso la Nemesi ha svolto il proprio ruolo portando a maturazione le contraddizioni di un partito cresciuto sull’onda delle posizioni intransigenti, nei riguardi della politica migratoria, della sicurezza dei cittadini e della demagogia di abbattere le tasse alle partite Iva del Nord Est d’Italia. In ogni caso, per entrambe le forze politiche, se le intenzioni possono considerarsi buone, le motivazioni addotte sono risultate pessime e mendaci. Un sistema elettorale, infatti, non può e non deve poter cambiare la natura ideale ed i valori di un determinato Movimento. Sia pure nell’era del relativismo, ci si sposta al centro perché si sceglie una posizione di progetto ideale, un modello di programma moderato e largamente condiviso, non per guadagnare qualche punto percentuale in più nell’urna. In tal caso, saremmo alla summa dell’opportunismo, di un relativismo che rende equipollenti i valori ed equivalenti i partiti. Puro trasformismo, insomma. Non ci si traveste da moderati dalla sera alla mattina, e, come capitan Achab, il mitico personaggio del libro di Melville, ci si mette ad inseguire la “balena bianca” della vecchia Dc (e quella di Forza Italia) con tutti i suoi voti.